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«Li ho visti tra le onde, poi sono spariti»

Il racconto del vicino di casa di Filippo e Martina «Il fiume ha sfondato il muro e li ha portati via»

LIVORNO. Antonio spazza via il fango, sposta tronchi e rami, porta via quelli che una volta erano i suoi mobili. Poi si ferma. Guarda le macerie, i detriti, gli alberi spezzati. Ha il volto rigato dal fango, dalla stanchezza. Di più, dalla disperazione. Quando i suoi occhi si fermano sulla casa dell’inferno, abbassa lo sguardo e resta in silenzio. Lì dentro Filippo Meschini e Martina Bechini erano in balia delle onde, prima imprigionati e poi portati via dalla corrente: lui è stato ritrovato vivo a due chilometri da casa, lei invece non ce l’ha fatta. Antonio ha visto tutto, dal primo piano della palazzina in cui vive insieme alla famiglia e che da un lato si affaccia su quella che era la casa della giovane coppia. Non poteva fare nulla, si è sentito impotente. E ora via Garzelli, ma più in generale tutta Collinaia, è un cimitero di speranze.

Antonio Di Rocca, 22 anni, era in casa insieme al fratello maggiore Francesco mentre i genitori erano fuori città. Sono stati svegliati «dalle onde che sbattevano contro ponti e muri, onde che sembravano bombe». «Le nostre camere da letto sono al secondo piano – racconta Antonio – siamo scesi subito e abbiamo trovato il pianterreno completamente allagato. Ci siamo affacciati alle finestre e ci siamo resi conto del disastro: era come essere in mezzo al mare. Diluviava e fuori si vedeva poco, ma io sono andato sul balcone per capire meglio cosa stava accadendo. Filippo e Martina erano nel giardino della loro abitazione e chiedevano aiuto: avevano l’acqua fino al collo, erano in balia delle onde. Scendere per aiutarli significava morire. Lui aveva anche una torcia in mano, poi la corrente ha distrutto il muretto del cortile e quella lucina è sparita: così ho capito che erano stati inghiottiti dal fiume. È un miracolo che Filippo sia ancora vivo...». È un miracolo perché davanti alla loro casa c’erano alberi che cadevano, mobili che galleggiavano, macigni che fino a poco prima erano muri e pareti. E soprattutto in direzione Ardenza, quindi dalla parte in cui il 30enne è stato ritrovato vivo, un ponte che è riuscito a superare da sotto tra la violenza della corrente e il rischio di finire contro la struttura in cemento armato.

Antonio ricorda quei tragici momenti mentre continua a spalare insieme a babbo Giovanni, molto conosciuto in città per il suo lavoro da assicuratore e il suo impegno nel mondo del calcio giovanile. Il loro soggiorno al pianterreno della palazzina non c’è più, spazzato via dal mostro di fango che ha invaso tutto il quartiere. E anche il guardaroba è sguarnito: tanti vestiti sono stati portati via dalla corrente, altri invece lanciati da Antonio alla famiglia che abita di fronte e che era scappata sulla copertura del loro terratetto. «Erano in pigiama sotto il diluvio – racconta il 22enne – mamma, babbo e una bambina di 5 mesi disperati
sul tetto: non ci ho pensato due volte a prendere alcuni capi dall’armadio e a tirarglieli dal balcone». È la solidarietà di una città colpita e ferita a morte, è il simbolo di una generazione di ventenni con il cuore a pezzi e un solo pensiero in testa: aiutare chi ha perso tutto.

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