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Il puzzo di nafta arrivava dalla raffineria - Video

I risultati delle indagini Arpat. Lo stabilimento per ora resta fermo, il prefetto chiede subito un piano per le acque contaminate

LIVORNO. Le immagini che arrivano dal cielo sopra la raffineria sono impressionanti: l’Eni completamente invasa dall’acqua è una scena apocalittica. La palazzina della direzione, l’area amministrativa, le cisterne, i piazzali e poi la fabbrica vera e propria.

Raccontano i dipendenti che domenica mattina le auto degli operai che erano di turno nella notte di sabato “galleggiavano” nei parcheggi. Decine di mezzi sono rimasti bloccati nel lago artificiale che si è creato per la pioggia, furgoni e camion sono inutilizzabili.

LIvorno, lo sversamento della raffineria Eni dopo il nubifragio Le immagini dell'inquinamento, la nafta nel torrente Ugione L'ARTICOLO


Martedì 12 settembre, per la terza giornata consecutiva, l’impianto è rimasto fermo. A parte i blocchi programmati per effettuare le manutenzioni, mai nella storia della fabbrica si ricorda una situazione del genere. Anche perché una data di ripartenza ancora non c’è. E i danni rischiano di essere davvero ingenti.

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Oggi, mercoledì 13 settembre, arriveranno a Livorno i vertici dell’area raffinazione della società. L’obiettivo è fare il punto insieme alla direzione dello stabilimento sullo stato dell’impianto, sui danni, sui tempi di riparazione e ripartenza. Ma anche sulla situazione ambientale che ha creato allarme in questi giorni. In primis per la forte maleodoranza che domenica ha raggiunto oltre che Stagno e Calambrone buona parte di Livorno. Una cosa è certa: il puzzo di nafta arrivava dall’Eni. Lo ha rivelato l’Arpat, secondo cui l’origine delle maleodoranze è da attribuire al ristagno delle acque contaminate all'interno della raffineria. Al momento comunque l’agenzia ambientale non ha rilevato significativi effetti sulla qualità dell'aria attraverso le centraline di monitoraggio.



E poi c’è la questione dello sversamento di idrocarburi pesanti finiti in mare attraverso l’Ugione (e forse anche l’Antifosso delle Acque Chiare, un canale che passa dietro la raffineria). Dopo il sopralluogo effettuato ieri mattina l’Arpat ha segnalato che lo sbarramento prodotto dalle panne assorbenti posizionate da Labromare nell’Ugione, ha permesso il contenimento dell'inquinante in superficie. L’aspirazione del materiale bloccato dalle barriere è proseguita anche martedì.



Secondo quanto riferisce Arpat, la direzione Eni ha dichiarato che non si è trattato di sorgenti attive di contaminazione, ma che le acque contaminate da idrocarburi provenivano dalla rete fognaria dello stabilimento portate in superficie dalle piogge.

Durante la riunione del centro di coordinamento della protezione civile presieduta dal prefetto Anna Maria Manzone, ieri la direzione dello stabilimento ha confermato che la raffineria ha effettuato la fermata progressiva e completa degli impianti di produzione nella giornata di domenica.

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Il prefetto ha chiesto all'azienda di presentare, entro oggi, un piano di dettaglio delle azioni necessarie per la gestione delle acque contaminate, la quantificazione dei volumi in gioco, della capacità di aspirazione e stoccaggio, dei tempi di trattamento e di attuazione degli interventi, fino al ripristino della funzionalità degli impianti.

Anche il governatore Enrico Rossi ha chiesto un piano di gestione del rischio, ma anche il massimo livello di informazione verso la cittadinanza, che in questi giorni invece era mancata: la chiusura dell’impianto infatti era stata comunicata 30 ore dopo il blocco e lo sversamento, avvenuto già domenica, ammesso solo nella tarda serata di lunedì.

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