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Sulle strade del fango: «Lasciati soli per ore dopo l'alluvione, salvi grazie agli angeli» - Foto e Video

Livorno, da Collinaia a Montenero viaggio nelle zone del nubifragio: «Abbiamo perso tutto ma vogliamo tornare alla nostra vita»

LIVORNO. Il fango ha sporcato tutto, i corpi e le anime. Ma non ha macchiato la speranza. Lo ripete Patrizia Nigiotti che nel nubifragio ha perso quasi tutto, ma non il sorriso. Cammina in mezzo alle macerie, all’angolo tra via di Monterotondo e via Sant’alò, a pochi passi dalla casa rosa dove è morto Roberto Vestuti , una delle otto vittime, rimasto prigioniero dell’esondazione del Rio dell’Arena, un affluente del Rio Ardenza. In mano ha un thermos di caffé, nell’altra una confezione di bicchieri di plastica. È il suo modo di dire grazie a chi, intorno a lei, da un giorno e mezzi, sta spazzando via acqua mista a terra dalle case inondate, taglia i tronchi piovuti in strada, porta via mobili sporchi e sposta i macigni che un tempo erano muri, ponti, pareti. «È bello vedere la bontà della gente, spontanea, gratuita: ti riconcilia con il mondo nonostante la disperazione». Alle sue spalle la sorella Patrizia e il marito Loriano, aprono la porta della loro villetta, costruita lungo l’argine: «Se non era per il cane che ha iniziato ad abbaiare e ci ha svegliati – spiegano – a quest’ora saremmo morti anche noi. Invece quando è esplosa la bomba d’acqua siamo riusciti a salire tutti al primo piano e siamo sopravvissuti. Cosa abbiamo visto? Uno tsunami al contrario, una mareggiata che arrivava dalla collina e non dal mare».

Sulla parete al piano terra della palazzina c’è ancora il segno del fango. «Arrivava fino a qui», racconta Loriano che abita qui da trent’anni, indicando un punto più scuro a circa un metro di altezza. La taverna al piano inferiore, invece, è stata completamente inondata. «C’era la roba di nostra figlia che l’aveva sistemata qui in vista del trasloco, ora è tutta da buttare, come le tre auto, i due scooter e il furgone del lavoro, spazzati via dalla piena del fiume». Fuori, in quelli che un tempo erano giardini all’inglese e che adesso si sono trasformati in sabbie mobili, la meglio gioventù continua a lavorare, in silenzio. Ci sono i tifosi della curva nord con le magliette “Diffidati Liberi”, i pugili che si allenano alla palestra Fortitude, i ragazzi dei centro sociali, i richiedenti asilo accanto ai giocatori del Basket Fides. E poi decine di ragazze, per lo più studentesse che si muovono in motorino o in autobus. Come Beatrice. «Vivo in piazza Mazzini, mi sono svegliata e ho detto: vado a dare una mano». Quando arrivano nelle zone ferite chiedono come possono essere utili: portano via secchi pieni fango, ammucchiano suppellettili e non hanno paura. «Spesso – dice Patrizia – si sente parlare di una generazione senza valori. Questo è l’esempio contrario, se non era per questi angeli saremmo ancora in mezzo alla melma. I primi soccorsi dopo il nubifragio sono arrivati domenica alle 17, a dodici ore dall’esondazione».



Per capire cosa vuol dire basta parlare con Surian, 19 anni, tatuatore che abita nel quartiere Corea. «Abbiamo creato un gruppo su Facebook e andiamo dove c’è bisogno», dice mentre pulisce uno degli appartamenti travolti dall’acqua a Montenero, a due passi da piazza delle Carrozze. Per muoversi sulle strade del fango e dei lutti serve tempo e pazienza. Lungo via della Fontanella, la strada che da Monterotondo scende verso l’Ardenza costeggiando il fosso Forcone, è un via vai di auto e camion che si sfiorano. Maurizio Paoli, insieme al figlio, è fuori da quello che fino a sabato era il loro garage: pulito e ordinato. Con la testa china su due scatoloni fanno la conta di cosa si può salvare, pulire riutilizzare e cosa, invece, è da buttare in un sacco nero da allineare alla sfilza di quelli che sono già stati riempiti.

«L’acqua – racconta indicando una casa su due piani dietro un cancello alle sue spalle – è arrivata ai gradini dell’abitazione di mia sorella, noi viviamo sopra. Dall’altro lato, dove stava Raimondo Frattali con la famiglia, il muro d’acqua è salito ancora più in alto, tanto da sollevare il tetto con la pressione, scollarlo per poi appoggiarlo di nuovo al suo posto originario. Il ricordo di quella notte? Sentivamo urlare i vicini, abbiamo chiamato tutti i numeri di telefono dell’emergenza ma non rispondeva nessuno». Lungo l’argine si vedono gli alberi e i detriti trascinati a valle e che molto probabilmente hanno ridotto la portata del corso d’acqua innescando il sospetto che se si fosse fatta prevenzione i danni sarebbero stati inferiori. Bianchi è uno di quei cittadini che al Consorzio di Bonifica lo conoscono bene. «Scrivo d anni sollecitando la pulizia del fiume, gli anni scorsi l’ho fatto e i tecnici sono venuti,stavolta – va avanti chinando la testa su uno scatolone – non ho fatto in tempo».

Livorno, lacrime e coraggio il giorno dopo il nubifragio Loriano racconta la notte del disastro e mostra la sua cosa distrutta dall'acqua. (diretta Facebook del giornalista Federico Lazzotti) - L'ARTICOLO


Così è successo anche sulla sponda opposta della collina, lungo via Garzelli, nella zona di Collinaia. «Guardi la spianata – spiega Alessandro Mataresi, storico proprietario della paninoteca ai Tre Ponti – adesso sembra una risaia». In ginocchio, in mezzo al fango cinque ragazze che non arrivano a 20 anni puliscono quello che fino a sabato era un vialetto d’accesso a una delle villette a schiera alle spalle del Rio Ardenza. Un ragazzo con la maglietta gialla distribuisce panini con il prosciutto e bottiglie d’acqua a tutti i volontari. È con lui che arriviamo fino al retro del complesso dove una fettuccia bianca e rossa indica il terratetto dove vivevano Filippo Meschini e Martina Bechini, sopravvissuto il primo, inghiottita dal fango la moglie.

«Per salvarsi – racconta il vicino – hanno aperto la porta che dà sull’argine – ma sono stati travolti dalla piena del fiume, l’acqua in quel momento era alta almeno tre metri, noi ci siamo salvati perché abbiamo anche il primo piano: ho preso mia moglie e mia figlia e siamo saliti aspettando che l’acqua lentamente si ritirasse». Ora è rimasto il dolore e il fango, il primo non si pulisce, il secondo lo stanno già lavando via.
 

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