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Più forti e frequenti: alluvioni in aumento

Il meteorologo: «Fenomeni normali, dobbiamo conviverci» L’ingegnere: «Se non si puliscono, i fiumi ci travolgono»

LIVORNO. Stazzema, 1996: un’alluvione travolge l’Alta Versilia provocando 14 morti. Prato, 2010: tre persone restano intrappolate in un sottopasso allagato e affogano. Marina di Campo (Elba), 2011: due morte, 4 feriti, centinaia di sfollati. È il bilancio di un violento nubifragio. Livorno, settembre 2017: sette morti, un disperso, case e negozi distrutti. Sono solo pochi esempi delle alluvioni che negli ultimi 21 anni hanno devastato la Toscana . Non più eventi rari, ma fenomeni “normali”. I casi citati nella grafica accanto sono i più gravi, caratterizzati dalla caduta di oltre 200 mm di acqua, ma in questo arco temporale ce ne sono stati tanti altri meno forti, a cui si aggiungono tempeste di vento. E su una cosa non ci sono dubbi: si tratta di fenomeni sempre più frequenti.

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UN’ALLUVIONE DOPO L’ALTRA
Il professor Giampiero Maracchi, meteorologo fiorentino fondatore del Lamma, spiega il perché. «La causa è legata al riscaldamento dell’Atlantico e ai cambiamenti climatici dovuti all’inquinamento, in particolare all’effetto serra e all’emissione di gas come anidride carbonica, metano, ossidi di azoto e così via. Più calore nell’oceano e in generale nel mare implica maggiore energia e quindi fenomeni più violenti». E non è un caso che le zone più colpite siano quelle costiere, da Massa a Grosseto, avamposto in cui si imbattono le perturbazioni che arrivano dall’Atlantico. Ma sono a rischio anche le colline e tutti i posti dove c’è pendenza. «Le cose sono cambiate dagli inizi degli anni 90 – spiega il prof Maracchi – quando il riscaldamento del pianeta ha raggiunto un livello soglia». Indietro non si può tornare. «Ma sarebbe importante mettere un freno perché questi fenomeni aumentano sia di frequenza sia di intensità».

I NUBIFRAGI AUMENTERANNO
E se è vero che ci sono precipitazioni molto violente a prescindere da tutto, va anche considerato, come precisa Maracchi, che «in un territorio dove la morfologia è accidentata, in presenza di dissesti, questi fenomeni hanno effetti peggiori rispetto a un luogo gestito bene. Nelle città non vanno trascurate le reti fognarie. E nelle nuove costruzioni, le caditoie e le “docce” dei tetti non devono avere portate minori rispetto alle possibili piogge che potrebbero cadere». Il professore sprona anche i singoli cittadini, residenti ai piani terreni, a organizzarsi a mettendo delle paratoie come accade a Venezia. Nel futuro purtroppo ci dobbiamo aspettare altri eventi di questo genere – conclude Maracchi – Se ora se ne verifica uno all’anno, si rischia di averne due». E il fulcro del problema è che con le alluvioni tutto ciò che si trova nei fiumi si riversa nel territorio, con conseguenti rischi di dissesto idrogeologico.

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NESSUNO CURA I FIUMI
Troppe leggi poca pulizia degli alvei. Questa in sintesi l’allerta lanciata in proposito da Luciano Caserta, ingegnere idraulico livornese. «Una volta i proprietari di fondi al confine con i corsi di acqua facevano manutenzione da sé pulendo lungo gli argini. Di recente, con la nascita del Consorzio di bonifica, la situazione è cambiata: la burocrazia è aumentata la scapito della parte operativa. E la manutenzione straordinaria dei fiumi è diventata molto complicato, quasi impossibile». Caserta approfondisce così il problema: «I materiali che sono sul fondo di un torrente sono quasi sempre inquinati da scoli di fognature, idrocarburi e acque acide che per la legge sulle discariche sono rifiuti da smaltire in modo particolare, con costi molto elevati. Per questo i corsi d’acqua non vengono quasi mai sono dragati e il materiale di risulta resta sul fondo. E si accumula. Negli anni tra difficoltà normative e trascuratezza, i corsi di acqua non sono stati più toccati e hanno perso la pendenza: un cattivo andazzo che va vanti da 20-30 anni. In più ci si costruisce intorno, e poi si condona: all’Apparizione a Livorno, fulcro della tragedia di domenica, ci sono edifici nell’alveo del torrente, che erano inevitabilmente a rischio. Come minimo bisognerebbe ricostruire l’argine». Insomma, se non cambia niente le cose potrebbero peggiorare: «Questo sistema non può funzionare perché in presenza di alluvioni tutto ciò che si trova nei fiumi, materiale inquinato compreso, viene sparso nel territorio. Con le conseguenze che stiamo vivendo».

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