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Nubifragio a Livorno, ecco le cause: è lo tsunami dell’incuria

Così un diluvio di tre ore si è trasformato in un’onda di fango che devasta e uccide

LIVORNO. Le semplificazioni della meteorologia pop l’hanno ribattezzata “bomba d’acqua” benché sia più suggestivo tradurlo pari pari dall’inglese come “scoppio della nuvola”: in realtà, non è altro che un enorme acquazzone su un piccolo territorio. E i 210 millimetri di pioggia registrati fra le 1,45 e le 3,45, prima dell’alba di domenica scorsa, sulle colline che abbracciano Livorno da sud superano il quadruplo dello standard per rientrare in questa categoria di eccezionalità. Ma è davvero così eccezionale questa “eccezionalità”? Qualche dubbio potrebbe farcelo venire il fatto che, ad esempio, solo per parlare di Livorno eravamo finiti in questo campo di meteo-record già nel febbraio 2009 e agli inizi dell’autunno successivo, e al tempo stesso c’è una rarefazione del numero dei giorni di pioggia.

In questi casi si puntano gli occhi solo sul numero di millimetri di pioggia venuta giù dal cielo. Ma le conseguenze di piogge sempre più così ordinariamente straordinarie si misurano a terra, e qui più che le cartine delle nuvole del meteo (lassù nel cielo) c’entrano le mappe della geografia del territorio (quaggiù per terra). A cominciare da un fatto: stiamo parlando di piccoli corsi d’acqua che hanno come sorgenti Valle Benedetta, Monte Maggiore e Montenero, poggi alti 300 metri, cinque chilometri di distanza l’uno dall’altro, in uno spicchio di bacino idrografico di 60-70 chilometri quadrati. Meno del territorio comunale d’un borgo da 3mila anime come Suvereto.

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Siamo a ridosso dell’abitato di una città di 160mila abitanti. Insomma, o macchia e bosco (con gli standard di manutenzione che enti pubblici sempre più angosciati dal bilancio riescono a garantire) o ville, villette e ex casali diffusi (con le famiglie che chiedono alla terra di essere un luogo gradevole dove vivere, non un campo da coltivare). C’è da chiedersi se siamo sicuri che dipenda solo dalla geologia “l’itinerario” della pioggia: o s’infila nella falda e va in profondità o ruscella in superficie e corre velocemente a valle. A Livorno questo diluvio in meno di tre ore s’è tramutato in un’onda di piena che si può definire uno “tsunami via terra”, anzi di fango.
La riprova? È nella velocità con cui si è mossa questa “onda” di mota. L’ha testimoniato il vicino di casa della famiglia Ramacciotti, quello che ha salvato la piccola Camilla: neanche un minuto e l’acqua ha riempito la casa fino al soffitto.

Anche un altro aspetto della geografia aiuta a spiegare cosa è accaduto. È il livello della portata ordinaria di questi corsi d’acqua minori: talmente minori che spesso nemmeno i livornesi li conoscono per nome o li individuano come un pericolo potenziale. Già, perché bastano le dita di mezza mano per contare i giorni dell’anno in cui questi micro-fiumiciattoli sono qualcosa di più di una striscia d’acqua larga due metri e profonda quanto uno stecco ducale.

Guai a fidarsi dei social ma c’è chi racconta che il giorno prima della pioggia il rio Ardenza fosse così in secca da esser sparito del tutto, solo un paio di pozzanghere acchiappa-zanzare. Dunque, l’ingegnere che progetta argini, casse di espansione e ponti, quale “metro” dovrebbe prendere? Certo, ora lo sappiamo cosa può compiere il rio Ardenza (ci siamo dimenticati che ce lo aveva già detto anche con l’alluvione di 27 anni fa). Ma se per 364 giorni all’anno ha un volume d’acqua pressoché insignificante, chi se la sentirebbe di spendere e spandere per un maxi-ponte in grado di affrontare piene che statisticamente si verificano meno di una volta ogni cento anni?

Peccato che le cronache dimostrino che le tabelle delle ricorrenze statistiche sono ormai inutili: guardare il passato non ci aiuta a definire la probabilità di quel che avverrà in futuro, si è proprio cambiato parametro.
«Non c’è problema che non si possa risolvere con una adeguata dose di cemento armato»: è stato il mantra che ha formato intere generazioni di ingegneri. Vale anche per i tombamenti dei corsi d’acqua: aver fatto “sparire” il rio Maggiore sotto un robusto “coperchio” di cemento ha consentito di infittire le abitazioni di un quartiere intero nei pressi dello stadio amaranto intitolato a Armandino Picchi. Ma lo “tsunami di fango” che ha inghiottito le vite della famiglia Ramacciotti è nato anche e forse soprattutto per quello.

Nubifragio a Livorno, i volti e le storie delle vittime Livorno piange le vittime dell'alluvione del 10 settembre. Nelle immagini i volti e le storie di chi ha perso la vita a causa del maltempo (video a cura di Yuri Rosati) - L'ARTICOLO

Prima di arrivare alla casa dove sono morte quattro persone, quel rio – come l’Ardenza largo un niente per tutta l’estate – ha tracimato già in via di Popogna alle spalle del Nuovo Centro, si è mangiato il muro di cinta del cimitero di Ardenza. Poi ha trovato il tombamento che lo costringe a infilarsi sotto via Cattaneo, a un passo dal campo del Livorno 9 (e del vecchio palasport).

A questo punto le ipotesi sono due: 1) la straordinaria forza d’impatto dell’ondata di fango si è aperta un varco dentro la canalizzazione sotterranea; 2) la “bocca” del canale tombato era troppo piccola per accogliere tutta quell’acqua e, complice magari la scarsa pulizia del canale sotterraneo o l’afflusso d’una montagna di radici, rami, foglie e rifiuti, ha fatto da tappo.

Questa seconda ipotesi è tutta da verificare: potrebbe accreditarla anche il fatto che, senza più alveo, l’onda di piena ha proseguito in superficie fino alle spalle della curva nord dello stadio. Lo dicono le testimonianze degli abitanti della zona: in via Montelungo, proprio su questa direttrice, ci sono «auto volate via per 30 metri all’interno del cortile» e ci sono condomini che hanno visto l’acqua «arrivare a 70 centimetri buoni di altezza nell’androne».

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