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Dalla festa alla tragedia in poche ore: una trappola mortale per la famiglia Ramacciotti

Simone e la moglie Glenda, nonno Roberto e il piccolo Filippo non ce l’hanno fatta ad uscire dall’appartamento nel seminterrato. Prima di morire sono riusciti a mettere al sicuro l’altra figlia di tre anni aiutati da un vicino che ha rischiato la vita

LIVORNO. Sabato sera c’era una festicciola a casa Ramacciotti. Nel giardino della morte, nel giorno della tragedia che ha spezzato il cuore di Livorno, in mezzo ai detriti si intravedono i giochi dei bambini e i bicchieri colorati lasciati la sera precedente, quando intorno alle 21, 30 le prime gocce di pioggia iniziavano a cadere sulla città: prefazione di una catastrofe. Poche ore più tardi il mostro di fango, cresciuto nella pioggia alle spalle del mare, si è portato via tutto quello che ha trovato sulla propria strada: quattro vite, padre, madre, il figlio di quattro anni e il nonno, i progetti di una famiglia intera, le loro speranze, i sorrisi di parenti e amici e pure il futuro. Lasciando solo rabbia e ricordi.

Simone Ramacciotti e Glenda Garzelli
Simone Ramacciotti e Glenda Garzelli

È una bella palazzina di tre piani costruita nei primi del Novecento a metà del viale Nazario Sauro, tra la zona dello stadio Picchi, il viale Italia e l’ingresso dell’Accademia Navale, e dove ai piani superiori abitano altre due famiglie. «I genitori che vivono nel seminterrato e i nonni che stanno sopra festeggiavano il compleanno di Filippo, il bimbo più grande della coppia, che qualche giorno fa aveva compiuto gli anni», racconta in lacrime uno dei genitori degli amichetti invitati. «Ieri sera ero con loro, non posso credere che sia successo», aggiunge mentre passeggia davanti all’ingresso cercando di capire chi è vivo e chi non ce l’ha fatta. «È morta la più piccola, no il più grande. Quante sono le vittime? Tre, quattro? ».

«Questi ragazzi – si sbraccia una signora bionda con gli occhi cerchiati di rosso e terrore – hanno l’ombrellone vicino al mio ai bagni Pancaldi, ditemi che cosa è successo per favore».

Roberto Ramacciotti, padre di Simone
Roberto Ramacciotti, padre di Simone

Lungo la strada chiusa ci sono solo uomini in divisa e sirene che vanno e vengono. «Abbiamo altri morti», si sente dire. Risate, grida e la torta della sera precedente sono un ricordo lontanissimo, ingoiato dentro alla domenica più nera. Otto ore dopo i saluti – sono circa le 5, 40 – l’apocalisse si è infatti abbattuta contro l’appartamento dove abitavano Simone Ramacciotti, 37 anni, la moglie Glenda Garzelli, 36, e i due figli, Filippo e la sorella Camilla, «tre anni fatti ad aprile».

«Papà e mamma stavano insieme dal liceo – ricorda un’amica – erano una coppia d’altri tempi che aveva attraversato tutta l’adolescenza a braccetto, fidanzati da una vita e felici. Dopo l’università, la gavetta attraverso gli stage e il lavoro: lei in uno studio di commercialista a Livorno e lui con il padre Roberto all’agenzia di Empoli delle assicurazioni Generali a partire dal 2010 dopo essersi fatto le ossa a Milano».

Tutti i giorni, da sette anni a questa parte, padre e figlio lasciavano la loro casa al mattino e andavano in ufficio insieme, ma non condividevano solo il lavoro. Li univa anche la passione per lo sport: la bicicletta il primo e la corsa il secondo che stava preparando la mezza maratona. «Simone e Glenda si erano sposati nel 2011, la nascita dei bimbi e quella casa finita di ristrutturare sotto quella dei genitori di lui erano il loro orgoglio», va avanti un altro amico. «La cosa importante è ricordarli come meritano, come una bellissima famiglia», aggiunge Giorgia.

Una veduta dall'alto della villetta...
Una veduta dall'alto della villetta di via Nazario Sauro dopo l'alluvione

Cosa può aver innescato la tragedia – che ricorda un dramma simile avvenuto mezzo secolo fa – lo racconta, invece, un residente che abita poco lontano mentre i sommozzatori cercano di recuperare i corpi delle quattro vittime. Indossa una camicia gialla, i pantaloni corti, gli stivali di gomma fino alle ginocchia. Intorno la gente libera la strada dai cumuli di melma, porta via i libri dai garage, si abbraccia e scuote la testa. Qualcuno piange. Un furgone del corriere Bartolini è stato sbalzato in aria sopra al terrazzo di uno stabile, il paraurti di un’auto si è incastrata in un cancello, muretti e palazzi sembrano sopravvissuti a un terremoto.

«Vede laggiù, al di là del campo di atletica – spiega indicando il retro del palazzo a due passi dalla curva nord dello stadio Picchi – vicino al cimitero di Ardenza c’è un corso d’acqua che sia chiama Rio Maggiore. In quella zona il fiumiciattolo è stato tombato, chiuso, molti anni fa. Quando l’altra notte è arrivata l’ondata di fango dopo il nubifragio, il tubo non ce l’ha fatta a sostenere il flusso enorme che si è creato. Il disastro è cominciato in quel momento». Mentre la città dormiva.

La palazzina di via Sauro il giorno...
La palazzina di via Sauro il giorno dopo l'alluvione

Sì, perché quella massa informe e marrone ha iniziato a correre tra le case, si è infilata anche dove non c’era uno spazio fisico per farlo, ha attraversato un vivaio di fiori e piante lungo l’Aurelia, poi un campo sportivo. In tutto ha proseguito per poco meno di un chilometro trascinando con sé auto, motorini, alberi e cassonetti della spazzatura. Diventando ogni metro più forte, più cattivo, più pericoloso. E lo ha fatto per la strada, «in quello che era l’antico corso», il suo letto murato.

Il giardino-parcheggio sul retro della palazzina al numero 12 di viale Nazario Sauro è diventato così il primo e unico invaso dentro al quale sfogare buona parte della sua violenza. «Un’onda alta almeno tre metri si è abbattuta contro il cancello sfondandolo e trascinando via tutto quello che ha trovato». A cominciare dall’appartamento di Simone, Glenda e i loro bambini.

A quell’ora al secondo piano Marco Gazzarrini stava dormendo. «C’è stato un boato – racconta sulla porta di casa toccandosi una cicatrice sulla fronte – pensavo che un po’d’acqua fosse entrata nel parcheggio sul retro. Poi ho sentito urlare: “Aiuto” e sono sceso giù. Ho trovato Roberto, il padre di Simone, che stava andando nel seminterrato. Insieme siamo entrati nella casa del figlio. All’inizio c’erano circa trenta centimetri d’acqua sul pavimento. Sono passati alcuni secondi ed è arrivata un’altra ondata e il livello del fango nell’appartamento si è alzato improvvisamente. Simone aveva in braccio la figlia più piccola, me l’ha passata, io l’ho presa e l’ho data a mia moglie che era sulle scale, poi mi ha detto che andava a cercare anche Filippo con il padre».

Da qui in avanti inizia un racconto al buio nella terra di mezzo dell’essere umano, dove l’ossigeno diminuisce e la paura ti assale in un groviglio di sensazioni. «Mi sono immerso in quel lago di fango un’altra volta – va avanti Gasbarrini – ma a quel punto lo spazio vitale era diminuito notevolmente. Il livello era salito ancora, arrivava fino all’arco delle porte e lo spazio per respirare era pochissimo. Simone e suo padre hanno continuato a cercare, ma io non li ho più visti. Che cosa ho fatto? Mi sono tuffato due volte nel fango per cercare di tornare indietro, verso l’uscita della casa – prosegue mentre la voce si incrina – non so come ho fatto ma sono riuscito a riemergere». All’interno di quella trappola mortale è rimasto solo il dolore e il tentativo coraggioso e disperato di Simone, Glenda e Roberto di salvare anche il piccolo Filippo.

Nubifragio Livorno, la città travolta dall'acqua e dal fango - Videoracconto In due ore, nella notte tra il 9 e il 10 settembre, è caduta su Livorno la pioggia di un anno. Il Rio Ardenza esonda, la città viene invasa dall'acqua e dal fango, che sfondano le porte e entrano nelle case. Ci sono vittime e dispersi, mentre da domenica mattina vigili del fuoco e volontari cominciano le operazioni di salvataggio. Realizzato da H24Filmakers: Iacopo Altobelli e Davide BevilacquaImage Editor: Simone TaddeiNews Editor: Emilio Fabio Torsello

Nell’appartamento al piano superiore, invece è rimasta solo nonna Paola, che in un attimo ha perso il marito, il figlio, la nuora e uno dei due nipoti. «Devo essere sincero – prosegue il vicino – se avessi avuto dei parenti là dentro sarei rimasto a cercare anch’io e sarei morto». Inutili chiamare i soccorsi, l’appartamento si è trasformato in una prigione dalla quale non è stato impossibile uscire.

Sommozzatori e speleologi hanno impiegato quattro ore per togliere tutto il fango che aveva riempito l’appartamento. «Una scena terrificante», racconta chi è entrato. «Ora non è il momento di parlare ma di lavorare», taglia corto il procuratore capo Ettore Squillace Greco, al termine del sopralluogo finito con il sequestro dell’immobile e di fatto aperto un’inchiesta per capire le cause della tragedia.«Per fortuna – va avanti il vicino mentre le salme vengono portate all’obitorio – la piccola Camilla ha continuato a dormire e di quello che è successo non si è accorta di nulla».

Ma la scena più straziante per chi ha visto la morte è stata quella dell’arrivo del padre di Glenda intorno alle 8 di mattina. «È arrivato a casa pensando di dover dare una mano per togliere un po’d’acqua dall’appartamento. Non dimenticherò mai la sua espressione quando me lo sono trovato di fronte. Ha guardato il lago davanti all’ingresso dell’appartamento della figlia, aveva in braccio il cane. In un attimo è rimasto pietrificato dal dolore». Ha urlato invece Paola quando le hanno detto che cosa era successo. Poi ha preso il telefono e ha chiamato il collega del marito, che con Roberto gestisce l’Agenzia di Empoli: «Sono tutti morti, sono tutti morti», ha ripetuto. Prima di abbracciare l’altro figlio.
 

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