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Il mondo di Luigi Orlando e il cantiere naufragato nel tempo perduto - Le foto

Livorno, la statua dedicata all'ingegnere fondatore del cantiere si è fermata nel passato, come l’orologio rotto alla sue spalle. Eppure al di là del muro di cinta c'erano la ricchezza della città e la sua storia 

LIVORNO. Il mondo che ha costruito in una vita di intuizioni è naufragato alle sue spalle lentamente – un pezzo alla volta – nel mare grosso che è il progresso come una nave da guerra colpita a babordo, per poi riemergere, ma con tutt’altra prospettiva industriale. Prima hanno scricchiolato la chiglia e l’ideale che gli aveva permesso di esistere, galleggiare, crescere; poi sono andate a fondo le merci e dunque gli affari. Infine è stato abbattuto anche buona parte del muro simbolo che divideva Livorno dalla sua città-cantiere per lasciare spazio a yacht milionari, immobili semivuoti e pure un centro commerciale che ha aperto la Porta a mare sul futuro.

Ma di questo inabissamento sistemico e doloroso, durato oltre un secolo, per sua fortuna, Luigi Orlando, fondatore dell’omonimo cantiere navale lungo il viale Italia, non si è accorto, come buona parte dei livornesi. Il tempo per la statua che lo rappresenta baldo, fiero e garibaldino, inaugurata nel 1898 a due anni dalla morte, si è fermato nel passato, come l’orologio rotto alla sue spalle che batte il tempo giusto solo due volte al giorno. Così l’ingegnere – oggi come allora – continua a guardare sempre e solo avanti, puntando lo sguardo verso sud, da dove era arrivato con i tre fratelli passando prima da Genova, nel 1865. L’espressione seria e pensierosa, la mano sinistra in tasca, il piede destro leggermente proteso in avanti rispetto al corpo e il panciotto abbottonato sotto a un lungo cappotto che arriva fino alle ginocchia. Più o meno lo stesso abbigliamento di quando arrivò a Livorno con un’idea rivoluzionaria di sviluppo in testa: fare dell’arsenale il centro per la cantieristica mercantile e da guerra.

Un avvenimento talmente importante per la città da comparire in una lettera inviata da Francesco Domenico Guerrazzi all’avvocato e suo fraterno amico Antonio Mangini, datata 28 giugno 1865. In quelle righe – come ricorda Mario Landini in un articolo del 1992 quando la Cooperativa del Cantiere era già sul lastrico – lo scrittore presenta Orlando, allora direttore del grande stabilimento di San Pier d’Arena, come «un uomo per ogni verso stimabile ed amico mio. Da lui – scrive riferendosi al progetto per l’arsenale – udrà di che si tratta. Quanto a me, promuovo, con tutte le forze, i suoi disegni, perché idonei a instituire, a confermare ed ampliare opifici ed opere tali da metter la città nostra a quel grado di elevatezza che parmi meritare».



E in effetti dopo un periodo iniziale caratterizzato da gravi difficoltà finanziarie e dal provvidenziale aiuto di Giuseppe Garibaldi in persona che gli allungò centomila lire come “dono nazionale”, lo stabilimento conseguì un rapido sviluppo, divenendo uno dei più importanti cantieri navali italiani ed europei. L’occupazione saliva, nel 1886, erano 1.140 gli operai che ci lavoravano, mentre altre industrie, promosse dagli Orlando e collegate alla cantieristica, avevano dato a Livorno una nuova base economica che consentiva un ulteriore sviluppo. Dentro alla città fabbrica si varavano navi mercantili sempre più grandi tanto che il cantiere non bastava più a contenerle. E per questo venne costruito lo scalo Morosini. Era l’alba del Novecento e Livorno era sulla cresta dell’onda del mondo.

È su questa spinta di gratitudine verso l’ingegnere e senatore del Regno d’Italia che all’indomani della sua morte (14 giugno 1896) la città dette mandato allo scultore Lio Gangeri di costruire la statua che il prossimo anno festeggerà 120 anni di vita, l’occasione giusta – si spera – per una rinfrescatina al monumento. Non il solo dedicato all’ingegnere al quale in via Gaetano D’Alesio, la strada che dal cantiere arriva al porto Mediceo la città collocò una targa sessanta giorni dopo la scomparsa.

« Quando fu redenta la Patria – si legge – anche l’industria nazionale volle dallo straniero affrancata, primo nella penisola co’ suoi tre fratelli, fidò all’onde una ferrea carena e per trent’anni di tenace volere di forti opere, nobilissimo esempio, da questa riva lanciava securo nel mare mirabili navi di commercio e di guerra». Senza mai guardarsi indietro, come dovrebbe fare oggi la città. (8 - Continua)
 

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