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Licenziato a 60 anni, ripiomba nel girone del lavoro al ribasso

Licenziato a 60 anni, ripiomba nel girone del lavoro al ribasso

GLI SFRUTTATI IN TOSCANA. Curriculum e colloqui quando già vedeva vicina la pensione. Poi un posto a pochi euro. «L’ho lasciato, meglio la dignità»

MASSA. A 57 anni gli hanno tolto il lavoro, lo stipendio, la quotidianità. Ma la dignità, il ricordo delle lotte per il salario e l’orario no. «E quando, dopo tre anni di mobilità, ho accettato un lavoro dove mi pagavano 6 euro l’ora lordi e ho visto che era previsto dal contratto nazionale firmato da tutti i sindacati non ce l’ho fatta e ho rinunciato. Non abbiamo fatto tanto per finire così».

Giovanni Lorenzetti è di Massa, ha lavorato una vita. E proprio quando la pensione si avvicinava, la sua ditta, la Globaljig di Massa, che produceva banchi per le carrozzerie fallisce. E lui viene mandato a casa.

La ditta ha più di 15 dipendenti e Giovanni ha diritto alla mobilità. La legge prevede che per mantenerla bisogna impegnarsi attivamente nella ricerca di un lavoro. E provarlo. «Curriculum ne ho mandati tanti, in molte aziende mi presentavo di persona. Ma ho subito capito che sarebbe stata durissima».

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Tutti cercano giovani stagisti o tirocinanti al primo impiego. A volte è troppo anziano, altre troppo qualificato. «In genere non mi rispondevano nemmeno». E quando si presenta sul posto lo guardano come si guarderebbe uno zombie in giacca e cravatta. «Stupiti che fossi lì, ma già pronti a respingermi», spiega Giovanni. «Spesso ero fin troppo qualificato – racconta – facevamo un colloquio, mi spiegavano cosa dovevo fare e avrei potuto tranquillamente svolgere la mansione. E prendevano uno più giovane».

Una guerra al ribasso. Se nel mondo del lavoro regolare le condizioni sono queste, si dice Giovanni, da qualche parte bisognerà pur trovare i soldi per vivere. C’è il nero, no?

Ma anche lì la competizione si fa sulla svalutazione. «Io ho competenze certificate nella potatura delle piante, mi so occupare di alberi ad alto fusto, so fare lavori vari». Niente di più facile, si dice, di trovare qualcosa nei giardini. Magari a Forte dei Marmi, dove il verde privato abbonda dietro le mura alte delle case.

E di lavoro in effetti ce n’è. O meglio, ce ne sarebbe. Si propone, tramite a un amico, alla porta di un privato. Giovanni spiega, mette in campo competenza e anche attrezzature. E fa un prezzo: dodici l’ora. È un lavoro che spacca la schiena. «Il prezzo era comprensivo di tutto. Ho gli strumenti per fare tutto il lavoro, anche lo sgombero dei residui con il mezzo». È un prezzo onesto, persino al ribasso visto quel che propone.

Scartato. Quasi non si capacita, ha perfino abbassato le sue richieste. E invece no, è esoso. Gli standard, scopre in seguito, prevedono sei o sette euro l’ora. I lavoratori extracomunitari sono i concorrenti, spesso nemmeno legali sul territorio. Non possono lavorare alla luce del sole, non hanno i documenti. E vanno al nero. Ma a quel prezzo, per Giovanni, non si può proprio fare.

Poi la svolta. Fa un colloquio come portiere, per un campeggio, in appalto. Cercano persone in lista di mobilità, attratti dagli sgravi previsti. Lui si presenta: «Mi chiedono poco, di quello che sappiamo fare anche meno. Ci prendono subito. Io ex metalmeccanico, l’altro impiegato». Gli sgravi vincono sulla competenze. È il ribasso.

A luglio l’amara scoperta. «Ricevo la busta paga per gli undici giorni lavorati il mese di giugno. 66 ore, di cui 33 notturne, a 5 euro e novanta lordi l’ora. Ho calcolato: sono 4,83 netti». Protesta, fa presente che è un salario senza dignità. Gli dicono che così è previsto dal contratto. Non ci può credere, ma è puntiglioso e controlla l’accordo. Lo sfoglia, legge e quando il dito scorre sulle pagine quasi le tira via dalla rabbia. È vero, è così. Hanno firmato tutti i sindacati.

Il giorno dopo lascia, si licenzia. «Sono stato una vita nel sindacato, ho scioperato, rinunciato a giorni di paga. Mi sono detto: ora non posso accettare questo. Non finché posso permettermelo almeno». Preferisce vivere con quello che ha da parte. «Siamo fortunati, mia moglie lavora e ci manteniamo». La pensione, il miraggio, arriverà tra 7 anni. «Grazie alla Fornero», aggiunge. Ma perdere la dignità, no, non vuole farlo. «Non è per me, ma per chi non ha alternative». Ai ricattati di oggi Giovanni riporta una lezione del passato. Dire no.

SEGNALATECI I VOSTRI CASI: ECCO COME FARE

Il Tirreno raccoglie le storie del lavoro sfruttato in Toscana. Abbiamo deciso, infatti, di iniziare un'inchiesta su chi viene pagato assai meno di quello che prevede il contratto, su chi viene assicurato per la metà del tempo che lavora. O su chi viene inquadrato per una mansione e ne svolge un’altra o altre tre o quattro insieme. Addirittura ci sono casi di persone che continuano a lavorare mesi nella speranza di riscuotere mensilità arretrate perché non hanno visto un soldo da quando hanno varcato la soglia del posto di lavoro. E c’è pure chi si è ritrovato licenziato perché si è fatto male lavorando. Se avete casi da segnalarci scriveteci a inchiestadeilettori@iltirreno.it Si può chiedere di raccontare la propria storia anche in forma anonima, soprattutto se il lavoro è ancora in corso. Tuttavia è necessario inviare un numero di telefono al quale essere ricontattati per verificare le vicende che ci raccontate.

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