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Il “Villano” raddoppia, un clone di Guerrino in piazza del Municipio - Le foto

Livorno, la statua del guerriero fedele e coraggioso che guidò i villici nel 1496 avrà il suo quarto clone in cinque secoli e spiccioli di vita, ma è scontro sull'interpretazione del monumento 

LIVORNO. La statua del guerriero fedele e coraggioso che (forse) non è mai esistito, avrà il suo quarto clone in cinque secoli e spiccioli di vita, la maggior parte trascorsi oscillando tra gli scantinati della memoria condivisa e improvvise rivincite pubbliche, soprattutto quando la città doveva festeggiare un anniversario e cercare un’identità. L’ultimo avatar di Guerrino da Montenero e del suo cane, diventato simbolo della resistenza popolare dei villici livornesi contro la coalizione ghibellina guidata da Massimiliano I d’Asburgo nel 1496, sarà sistemato nella piazza del Municipio, forse già il prossimo anno. A suggerire questo luogo, un sondaggio lanciato dalla giunta grillina tra il 3 e il 26 dicembre dello scorso anno: votarono in appena 122 e il 55,7% (68 persone) scelse lo spazio che guarda anche al nobile interrompimento.

Come e chi realizzerà l’opera che ricorda l’impresa che è valsa la scritta Fides sopra allo stemma della città, ancora è da vedere. Ma la parola fine al dibattito su una collocazione più degna della statua realizzata nel 1956 dagli scultori Giulio Guiggi e Vitaliano De Angelis, attualmente sistemata in largo Fratelli Rosselli, spiazzo anonimo lungo gli scali D’Azeglio, l’ha scritta nelle settimane scorse la Soprintendenza ai beni culturali.

Sollecitata dal Comune dopo il dibattito sul possibile trasloco dell’opera, nei giorni scorsi ha inviato una lettera all’assessorato alla Cultura. «Il monumento non può essere né spostato né tantomeno ristrutturato – spiegano – l’unica cosa da fare è effettuare una manutenzione migliore del verde che la circonda». Ed effettivamente basta fare una visita alla statua, corredata di un sacco e un barile che simboleggiano il pane e l’acqua di cui si dovettero contentare i villani durante l’assedio, per capire che non sarebbe una cattiva idea inviare di tanto in tanto un giardiniere per una spuntantina agli oleandri alle spalle del monumento, rinfrescare il basamento. E dare una pulita al guano di piccione e alle incrostazioni che dal 1956, quando l’allora sindaco Nicola Badaloni la sistemò nella posizione attuale, l’hanno fatta somigliare più a un accademista in libera uscita a cui hanno spezzato lo sciabolino che a un guerriero.



Ma se questo è il futuro, quello che divide dell’opera sono soprattutto il passato e il significato. Spiegano Mattia Giunti e Stefano Ceccarini, presidente e vice dell’associazione Livorno della Nazioni. «Spesso si vogliono accostare l’assedio del 1496 e la drammatica occupazione austriaca del 1849, elevati ai soli e indiscussi simboli nei quali ricercare le radici dell’identità livornese». Ma i due avvenimenti sono distanti. «La Livorno del 1496 – spiegano – non era altro che un modesto nucleo fortificato ai margini della storia, dove resterà almeno fino all’ultimo scorcio del Cinquecento. Ecco perché si tratta di una vicenda romanzata dalla retorica risorgimentale e oggi strumentalizzate ai fini della ricerca di consenso popolare. Così il leggendario “Villano” da simbolo di fedeltà allo stato fiorentino è stata distorta ed è divenuta incarnazione di quello spirito di libertà e ribellione che secondo alcuni rappresenta meglio di ogni altra cosa l’immagine di Livorno».

Insomma, in questa statua Livorno non sarebbe il guerriero, ma il cane fedele al padrone fiorentino. Un’interpretazione che non va proprio giù a Lenny Bottai, pugile e fondatore della Repubblica dei Villani, associazione che da anni ha adottato l’omonima statua e lanciato una raccolto fondi per ristrutturarla e riscoprirla. «Non è tanto importante che sia esistito o meno. Quello che conta è il simbolo che rappresenta e l’identità che c’è dietro. E poi – va avanti – nel 1496 a Firenze non ci sono i Medici, che rientrarono in città solo nei primi del 500, ma Savonarola alla guida della Repubblica fiorentina. Noi, è bene chiarirlo, non vogliamo fare del Villano una lettura di classe bensì di popoli e di fedeltà alla terra». Ecco perché è affascinante pensare a Guerrino alla testa di un manipolo di contadini, armato di un falconetto, aggeggio a metà tra un fucile e un cannone, che spara all’invasore sognando la libertà. (6- continua)

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