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Monumento a Ciano, quella macchia nera lungo il secolo rosso - Le foto

Doveva essere l’eredità maestosa di un uomo che accecato dalla megalomania sognava di dominare la città dall’alto, perfino da morto. È diventato l’immagine dell’abbandono dentro alla città. Tramontata anche l'idea di trasformalro nel deposito di Zio Paperone 

LIVORNO. Doveva essere l’eredità maestosa di un uomo che accecato dalla megalomania sognava di dominare la città dall’alto, perfino da morto. È diventato l’immagine dell’abbandono dentro a una città che riesce quasi mai a fare i conti con il proprio passato: se lo mette alle spalle – o almeno ci prova – ma alzando lo sguardo se lo trova sempre davanti agli occhi. E allora prova a riderci su.

Il Mausoleo (o Monumento) a Costanzo Ciano è tante cose: è la macchia nera dentro al secolo rosso di Livorno che non c’è verso di lavare via nemmeno dopo la sconfitta della sinistra alle ultime amministrative. È la nostra lettera scarlatta, una ferita mai rimarginata col passato, la storia, il fascismo e perfino noi stessi. È sospeso tra sacro e profano. È vergogna irrisolta e terrazza sull’orizzonte. È affascinate e decadente. Sporco e bellissimo. È rifugio di amanti indiscreti e capolinea di tanti drammi umani. È stato tutto, insomma, tranne quello che doveva essere. E così oggi è diventato un resto: politico, culturale, civile, in ultimo pure edilizio. E i resti, un c’è verso, o li curi o prima o poi ti crollano addosso.

Ecco perché per parlare del parallelepipedo in cemento che doveva essere il cuore del mausoleo dedicato al livornese più illustre del Ventennio, non c’è altro modo che arrampicarsi per la strada panoramica che porta verso la collina di Montenero. È in mezzo al verde, a metà del percorso tra la devozione per la Madonna, il blu del mare e il Monte Burrone, che sulla destra spunta un vialetto sterrato.

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Per percorrerlo è necessario mettere in conto, nell’ordine, il rischio di forare la coppa dell’olio, giocarsi una caviglia o essere costretti a rifare gli ammortizzatori. Solo così si raggiunge uno slargo incompiuto e dimenticato.

L’architetto Federico Scaroni ha studiato a lungo i documenti che riguardano il mausoleo, e grazie a lui sappiamo che il progetto nella versione definitiva doveva essere sviluppato molto diversamente dallo scheletro, comunque imponente, che è rimasto: un corpo a due piani doveva contenere il sepolcro di Ciano e dei suoi familiari, oltre a un museo di cimeli a lui dedicato. Roba da fare invidia al progetto di Silvio Berlusconi ad Arcore. A completare l’opera era prevista una torre a forma di fascio alta 54 metri e una statua mastodontica di Ciano vestito da marinaio mentre è al timone del suo mas, motoscafo armato silurante. All’interno, l’urna del ministro di Mussolini doveva essere sostenuta da due marinai e due balilla, figure che alludevano alla fedeltà al partito del defunto e alla sua dedizione per la Marina Militare.

Ma il progetto, iniziato nel 1940, un anno dopo la morte del gerarca a cui i livornesi avevano dato il soprannome di “ganascia” per le sue qualità a tavola, venne interrotto alla caduta del regime. Così, parte della gigantesca statua che doveva essere poggiata sul piedistallo giace ancora sull’isola di Santo Stefano nell’arcipelago della Maddalena.



Daniele Caluri, di mestiere fumettista, due anni fa, dopo settant’anni di mi importa un piffero di Ciano, ha lanciato una proposta sul possibile recupero: prendere tinte e pennello e trasformarlo nel deposito di Zio Paperone. «L’idea – racconta oggi Caluri – mi ronzava in testa fin da bimbetto: la forma è la stessa e poteva essere un ottimo modo per recuperare il monumento in chiave artistica. Di esempi simili ce ne sono molti in giro per il mondo e questa trasformazione, inoltre, era in linea con lo spirito dissacrante dei livornesi. L’unico ostacolo – prosegue – poteva essere quello della Disney che è proprietaria del simbolo. Ma se fosse stata un’opera senza fini di lucro non ci sarebbe stato alcun problema».

Eppure, nonostante le migliaia di firme raccolte con la petizione lanciata on-line e il placet del proprietario del terreno («Se il mausoleo fosse restaurato e tornasse a far parte della città – disse Fabio Canaccini nei giorni in cui si accese il dibattito sul recupero – ne sarei contento»), il progetto è rimasto chiuso in un cassetto. Come accade sempre, per tenerlo distante, fino a quando, guardando in alto non ce lo troveremo un’altra volta di fronte e non sapremo che farci. (5 – continua)

 

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