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Il riscatto di "Canapone", seppellito e deturpato ha trovato un custode - Le foto

Livorno, la statua del Granduca Leopoldo è stata mutilata dai livornesi e nascosta dopo la rivolta del 1849: nel dopoguerra sistemata in piazza XX, adesso ogni mattina viene pulita da un pescatore in pensione che l'ha adottata
 

LIVORNO. La rivincita della statua di “Canapone”, prima mutilata, poi sotterrata e infine deturpata, è nello spazzolone con cui Domenico Carovano, pescatore in pensione, ogni mattina pulisce il piedistallo del monumento dedicato al Granduca Leopoldo II d’Asburgo: una decina di metri cubi di marmo di Carrara sistemati alla fine degli anni Cinquanta in piazza XX Settembre dopo oltre un secolo trascorso nel dimenticatoio. «Tutte le sere – racconta il novello custode e guardiano della statua – sugli scalini ci finiscono alcolici e guano di piccione, così il giorno successivo è impossibile, anche volendo, sedersi all’ombra a meno di non restare appiccicati. Ecco perché con alcuni amici che abitano nella zona, tra via Mentana e piazza della Repubblica, ci siamo presi la briga di tenerlo pulito. A dire il vero all’inizio lasciavo il secchio e lo scopettone tra gli alberi, ma un paio di volte non ce l’ho più trovati e da allora me li riporto a casa...».

Un paradosso della cura che con un colpo di spugna dà una spolverata anche alla Storia. Soprattutto se si pensa al passato travagliato di questo monumento, maledetto dai livornesi, insofferenti a regole e istituzioni anche ai tempi del Granducato di Toscana. Il perché di tanta avversione nei confronti della statua che rappresenta il sovrano che bonificò la Maremma, progettò e inaugurò la prima ferrovia tra Livorno e Pisa e mise l’Università al centro del suo programma politico, cerca di spiegarlo Pardo Fornaciari, professore e intellettuale. «Immaginatevi la Livorno di metà Ottocento – ricorda – figlia delle Leggi Livornine e del libero commercio come vedesse un sovrano fiorentino che parlava pure tedesco, erede per di più della repressione antirepubblicana». Poi Leopoldo “Il biondo”, da qui il soprannome di Canapone, ci mise anche del suo per risultare indigesto come spiega Fornaciari. «Nel 1849 i suoi soldati dopo i moti risorgimentali, fucilarono il giovane livornese Francesco Chiusa, appena diciannovenne, con l’accusa di aver ucciso un soldato austriaco».

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Un affronto che la città non gli perdonò mai. E così quando il sovrano fu costretto all’esilio a Gaeta e la moglie Maria Antonia lanciò il suo anatema contro le donne di Livorno: «Al rientro in Toscana ordinerò di rasare a tutte i capelli», i livornesi se la presero con la statua sistemata allora in piazza della Repubblica. È lo stesso scultore Paolo Emilio Demi, autore dell’opera, a raccontare in una lettera il proprio smarrimento quando vide i suoi concittadini inviperiti arrampicarsi su Canapone per abbatterlo. «La smerdanno tutta», sintetizzò prima di cadere in una depressione che lo portò alla morte dopo aver lavorato per un decennio a quel progetto. È in quel frangente – siamo al 6 maggio 1849 – che alla statua venne rotto il naso e mozzate entrambe le mani dalla popolazione inferocita. Così per evitare altri danni – raccontano gli storici – ecco l’idea far traslocare la statua nel porto Mediceo dove rimarrà seppellita per oltre un secolo.



Solo nel marzo del 1956, le 15 tonnellate di marmo, vengono riesumate e collocate in piazza XX Settembre seminascoste, però, in mezzo al Mercatino Americano. Così per rivedere la luce piena e un po’ d’aria, la statua ha dovuto aspettare un altro mezzo secolo, quando i banchi a stelle e strisce sono stati trasferiti alla stazione marittima e Canapone è rimasto solo nello spazio compreso tra la chiesa di San Benedetto e l’ex Peroni. «Oggi – come racconta Emiliano Baggiani del centro studi indipendentisti toscani – la statua è deturpata da bombolette spray, opera dei soliti sciagurati, che nessuno si è preoccupato di togliere. E senza nessuna targa che lo ricordi». In effetti la prima cosa che colpisce arrivando in piazza XX sono i due fiocchi rosa legati alle caviglie di Leopoldo II. L’ultima beffa che nemmeno lo spazzolone di Domenico può riuscire a togliere. (Continua-4)

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