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Stretti tra burocrazia e una politica che non decide

Stretti tra burocrazia e una politica che non decide

Il direttore degli industriali di Livorno e Massa all’attacco: «Zero risultati e totale assenza di dialogo istituzionale»

L’economia di Livorno, ma anche quella di Massa Carrara, rischia di frantumarsi, come incrinata e poi schiacciata. Stretta tra una burocrazia fatta di continui rinvii e proroghe, abitudine non solo toscana, e l’assenza – questa invece caratteristica di gran moda a livello locale – di dialogo istituzionale. Prende a prestito la morsa delle chele del favollo, crostaceo presente anche sulla costa livornese il direttore di Confindustria Livorno e Massa Carrara Umberto Paoletti per dare l’immagine di un qualcosa che è sul punto di spezzarsi e per lanciare l’allarme sulla pericolosa china che ha preso l’economia locale tratteggiata, sempre più spesso, con dati e numeri da profondo sud. Un capitombolo non esente – direttore dixit – da responsabilità politiche. Del passato e di oggi.

Stretti tra la burocrazia e una politica che non decide Il direttore degli industriali di Livorno e Massa all'attacco: "Zero risultati e totale assenza di dialogo istituzionale" (video Ilenia Reali - montaggio Erika Fossi) - L'ARTICOLO


Livorno e Massa, aree di crisi e fanalino di coda dell’economia toscana. Come direttore locale di Confindustria non c’è da andarne fieri.

«I due territori hanno da sempre hanno avuto un alto tasso di industrializzazione e quindi la crisi qui ha impattato con più forza che altrove. La storia economica industriale di Livorno, di Piombino, e in parte di Massa, si contraddistingue per la presenza di un’industria di base, che quasi andava avanti da sé. Senza necessità di pensare ai livelli produttivi. A questo problema strutturale va sommata una disattenzione e una lunga indolenza della politica in genere. Ciò ha prodotto una noncuranza per i processi di modificazione del tessuto industriale. Con la mentalità garantista degli anni Sessanta, si è sempre lasciato che le cose andassero avanti da sé, a prescindere».

Quello che racconta non è solo una caratteristica di questa zona della Toscana. Eppure qui c’è una percezione di estrema lentezza, di una ripresa che ancora lontana.

«Scherzando si potrebbe dire che i motivi sono climatici e che questo induce ad avere una frequentazione del mare atipica a danno degli investimenti e del lavoro. Invece le cause sono da ricercare in un’antropologia di partenza che vedeva più garantismo e meno produttività. E’ un dato storico, non è un’affermazione ideologica o politica. Poi con il passare degli anni si è dato per scontato che il welfare applicato a vari settori dell’economia e della società conducesse a una formazione dove la cultura del lavoro era scarsa. E’ altrettanto vero che l’attenzione verso la politica industriale, la cultura di impresa e la formazione scolastica sono sempre state molto modeste. E questo l’abbiamo poi pagato. Dal punto di vista scolastico ci siamo svegliati un po’ tardi».

Un’immagine assai pessimista.

«Oggi si parla in modo spinto della necessità dell’industria, abbiamo riscoperto uno dei fondamentali dell’economia - il manifatturiero - e abbiamo abbandonato il mito che il settore dei servizi e del terziario in genere (turismo e soft economy) potevano sopravvivere a prescindere da un secondario forte. La sfida che stiamo giocando con industria 4.0 è la prova concreta della reattività delle nostre industrie: da Nuovo Pignone, General Electric passando per la siderurgia e la metallurgia del sud, la raffineria di Stagno e la chimica di Rosignano le opportunità sono molte. Sicuramente oggi viviamo un momento di risveglio. Anche il rapporto tra industria e università è cresciuto negli ultimi 3-4 anni».

Insisto. La sensazione è quella di qualcosa che ancora non va.

«Abbiamo vantaggi da un punto di vista competitivo che dobbiamo approfondire e sfruttare meglio. Ci sono scarse competenze da un punto di vista di apparato tecnocratico legate alla situazione che sta vivendo la costa toscana in questo momento. La sfida che stiamo giocando con Firenze è quella di ancorare le multinazionali che già ci sono alla Toscana. A Livorno, Firenze e Massa ci sono tutte le più grandi multinazionali con numeri alti e tantissimi occupati. Dobbiamo rendere più organico il rapporto con le piccole e medie imprese. In passato invece c’è stata una dicotomia, se non una vera conflittualità, tra grande e piccolo-medio. Poi si è capito, in ritardo, che è dall’alleanza forte tra piccoli e grandi che nasce la competitività dei territori. I requisiti ci sono: un know how industriale di tutto rispetto, la presenza di multinazionali e laboratori di ricerca e sviluppo di prima grandezza. Basti pensare al nostro porto e al territorio che ha alle spalle: niente a che vedere con Genova e La Spezia».

La risposta ai bandi sulle aree di crisi è stata piuttosto tiepida da parte del mondo delle imprese.

«A fronte di provvedimenti straordinari abbiamo avuto una traduzione tecnocratica non adeguata: i requisiti mantenuti per l’accesso ai bandi (si parla di imprese dinamiche) non sono quelli che si trovano in aree di crisi complessa. E’ mancato far corrispondere alla misura straordinaria di programmazione economica i requisiti per le aziende. Dobbiamo ripensare profondamente, fermi i vincoli delle normative comunitarie, e con una procedura analogica i requisiti di accesso. Se le aziende non ci sono vuol dire che c’è difetto organizzativo. Intanto noi stiamo collaborando con le università: è in essere un’attività di ricerca su fondi alternativi ai finanziamenti tradizionali per sganciarsi dai vincoli burocratici ».

Direttore, non sta facendo mistero di una tensione nei rapporti con politici e amministratori?

«I rapporti politici con gli amministratori delle tre città sono sporadici e carenti da un punto di vista di partnership e alleanza territoriale. Da noi c’è una totale assenza di dialogo anche istituzionale. Abbiamo richiamato come esigenza imprescindibile, un dialogo costruttivo tra i sindaci dei territori a più alta industrializzazione, e ci siamo allargati a un’ipotesi di maggiore dialogo con Pisa, Cascina e Pontedera. Non solo non abbiamo trovato ascolto ma abbiamo riscontrato che ognuno procede indipendentemente dagli altri. L’ideologizzazione dei criteri fondamentali dello sviluppo economico, oggi , è un atteggiamento colpevole».

Cosa manca di fatto?

«Qui c’è un’attenzione esasperata alle questioni della politica, di partito e sull’antagonismo. Sono passati due anni dall’accordo di programma di Livorno, tre da quello di Piombino: se dovessimo scrivere quello che abbiamo realizzato fino a questo momento non potremmo segnare nessuna opera. Passano gli anni tra rinvii, proroghe, indecisioni».


 

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