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Andrea Balestri: Ecco cosa è successo dopo che sono diventato Pinocchio - Video

Andrea Balestri: "Ecco cosa è successo dopo che sono diventato Pinocchio" - Video

Comencini mi diceva di essere spontaneo, quel set era un gioco. Poi è arrivata la vita: oggi vedo tanti gatti e volpi che rovinano la nostra bella terra

Andrea Balestri: "Con una martellata a un quadro sono diventato il Pinocchio di Comencini" Andrea Balestri, che oggi fa l'operaio a Pisa e che nel tempo libero si dedica al teatro, ricorda come conquistò il ruolo di Pinocchio nel celebre sceneggiato tv "Le avventure di Pinocchio" di Luigi Comencini con Nino Manfredi, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e Gina Lollobrigida. "Tirai una martellata a un quadro e Comincini mi scritturò". E la scena più difficile? "Quando dovevo piangere sulla tomba della fatina, non c'era feeling con Gina Lollobrigida..."VIDEO DI CHIARA TARFANO

Lo sguardo, lo stesso: appena increspato, melanconico, ceruleo. Forse solo un po’ più oleoso, smarrito, ma sempre disegnato su quel grugno inconfondibile. La faccia invece è ormai una collina, gonfia di gobbe, scavata da rughe, fossette. Legnosa, non come il musetto liscio del bimbo biondissimo che inchiodò mezza Italia alla poltrona. In carne ed ossa, non di corteccia, lo volle Luigi Comencini, ma il carattere, quello sì, un tronco di ciliegio. Tant’è che cominciò tutto con un martello. Per trovare l’attore giusto, il regista inviò in giro per le scuole elementari della Toscana due fotografi. Gli riportarono le facce di 3. 000 scolari. «Alle selezioni a Cinecittà ci arrivammo in tre. Ci mise davanti un quadro. “Forza — disse — chi di voi ha il coraggio di romperlo? ”». E lui fu l’unico a farlo, spaccò tutto. E no Andrea, ora lo ripaghi. «Io ’un ti ripago un bel nulla, me lo hai detto te di dagli una martellata».

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In fondo Andrea Balestri non ha mai smesso di essere Pinocchio, come tutti noi, di generazione in generazione, siamo stati un po’ quella piccola peste, per un periodo della nostra vita perseguitati in ogni scorreria da quella canzone dal ritmo ossessivo e scanzonato. Giura di essersi solo un po’ ammorbidito, di aver smussato qualche angolo, limato via le croste di sbagli accumulati negli anni dai tempi in cui diventò il bambino più famoso d’Italia, quando da un giorno all’altro da monello del Cep, il quartiere più popolare di Pisa, si fece attore a Cinecittà, e a sei anni e mezzo si ritrovò accanto alla Lollobrigida, Nino Manfredi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia protagonista di un film. Il film. Sul set delle Avventure di Pinocchio.

Lo sceneggiato del primo boom di ascolti, la Rai nelle case di milioni di persone, il burattino di Collodi trasformato in un divo pop e lui nell’interprete di uno dei toscani più famosi di ogni tempo, con Dante, Michelangelo e Leonardo. Anche oggi lo rifarebbe, oggi che ha 54 anni, fa l’operatore ecologico per una azienda di raccolta rifiuti, e ne sono passati tanti, troppi, dal 1972. Prenderebbe il martello e boom, si trasformerebbe in Pinocchio. Ta tan, tanananananana na-na-na. «Mi scelse per quello, voleva un tipetto senza paura e peli sulla lingua, un’indole sfacciata, ribelle, ma anche sincera». Un maledetto toscano. E che forse della Toscana, o almeno di un pezzo del suo Novecento, è tuttora un’icona.

La storia di una carriera luminosa e fulminea, la traccia di un eterno ricordo, una promessa mai perfettamente compiuta. Cristallizzata lì, anni’70. E la sua storia lontana è sempre stata tutto per lui, appesa qui in salotto, al terzo piano di questa casa popolare a Forcoli, campagna pisana, una manciata di chilometri da Pontedera. I muri tappezzati degli scatti in bianco e nero dal set, il senso di una vita condensato in otto mesi di riprese: Andrea vestito di stracci accanto a Geppetto/Manfredi, mentre ascolta curioso i suggerimenti di Comencini seduto sull’uscio di una delle case di Farnese, il borgo “povero” che diede il sapore neorealista a tutta la pellicola; oppure mentre mangia lo zucchero filato nel paese dei balocchi o curiosa nell’obiettivo di una cinepresa sullo sfondo di Civitavecchia o nell’orizzonte marino di Torre Astura, o nella casina della fata sul Lago di Martignano.

Andrea Balestri nei panni di...
Andrea Balestri nei panni di Pinocchio nella serie tv del '72

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I poster dei tre film successivi, non proprio indimenticabili, sembrano lì per gentile concessione, consapevoli appendici di un unico vero grande capolavoro. Per un po’ Balestri ha accettato l’effetto sfumato con cui si sono dileguati i bagliori del successo. Poi, per raccontarsi, dopo più di trent’anni, s’è seduto e ha parlato una settimana di fila. Io, il Pinocchio di Comencini è uscito il libro nel 2008, scritto a quattro mani con Stefano Garavelli. «Poi ho conosciuto la mia attuale compagna, Cecilia Scicolone, e a lei è venuta l’idea di mettere su una compagnia e uno spettacolo.

Pinocchio racconta Pinocchio. Da otto anni giriamo i piccoli teatri d’Italia». Poi le comparsate in tv, le interviste amarcord, gli appelli per riportare in Italia il burattino di legno usato sul set e svenduto a un imprenditore francese dallo scalpellino che lo aveva fabbricato e tenuto per anni in uno scantinato. «Dopo Pinocchio, feci Torino nera con Lizzani, Kid il monello del West e Furia nera nel ’75, ma non fu mai la stessa cosa. Comencini mi chiedeva di essere me stesso, spontaneo». Gli altri volevano un attore. «La scena in cui faccio il cane, ad esempio, ve la ricordate tutti no? Io lì legato carponi mentre mangio dalle ciotole. Andrea, quando quei birbanti scappano, te vagli dietro e sfondali di colpi. E io lo feci, c’avevo una rabbia. Ma dimenticai d’avere la corda al collo». Ciak, perfetta. «Ero un bimbo, dovevo solo correre a piedi scalzi, divertirmi, fare marachelle. Anche se non ricordi tutte le battute, di’la filastrocca, tanto poi si doppia con la tua voce, diceva Comencini. Mi divertivo come un matto, io dietro al gatto e la volpe, insieme a Lucignolo e Mangiafuoco. Chi ci pensava al successo, al grande cinema».

Noi toscani lo siamo stati un po’ tutti Balestri/Pinocchio, noi degli ’80, gli anni del disimpegno, mentre guardavamo la generazione precedente perdersi nella vita spericolata e nell’eroina, oppure quelli dei ’90, senza più grilli parlanti di ideologia e morale per la testa ma orfani di padri putativi; o ancora lo sono i ragazzi del millennio, «ma non si sa bene se vittime o carnefici del mondo dei balocchi dei social», se attratti dai lucignoli del web, dalle solitudini digitali o dalla catarsi turchina della tecnologia, dalla sua promessa di democrazia diretta, «mentre a noi bastava qualche legnetto per fare una pista per le macchinine e i babbi e gli zii che parlavano di rivoluzione».

VIDEO Il nostro omaggio al compleanno di Pinocchio nel 2016

Buon compleanno Pinocchio: 135 anni e non sentirli Il 7 luglio del 1881 sul "Giornale per i bambini" compariva la prima puntata della "Storia di un burattino" scritta da Carlo Collodi. Quel racconto a puntate sarebbe diventato due anni dopo il libro "Le avventure di Pinocchio"

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E tu Pinocchio che fine hai fatto dopo Pinocchio, hai seguito più gatti e volpi o fate rassicuranti? Quasi subito «arrivarono un po’ di casini, il babbo si separò dalla mamma. Accecato dalla bella vita, s’era immaginato chissà che cosa. Insomma, tutti quei soldi chi li aveva mai visti, avevo portato il benessere in famiglia ma forse anche qualche illusione. Ci avevano spesati per mesi, alla fine la produzione gli disse che avevo talento, avrei potuto studiare in una scuola di recitazione se lui avesse accettato di trasferirsi. Faceva l’imbianchino, gli avrebbero trovato un lavoro giù. Macché, disse, se ti vogliono vengono a cercarti al Cep».

Ad allevare il bimbo del Cep ad essere il più famoso d’Italia ci provò la mamma, continuando a fare la spola fra Pisa e Roma, ma la scia si esaurì presto. «Oggi la fama sembra a portata di clic, tutti la inseguono. Io non mi sono mai illuso di diventare un grande attore, non mi sono mai montato la testa. Me lo disse Comencini: se sei un fornaio nella vita sarai sempre un fornaio, e non dev’essere per forza una brutta cosa. Così, a 16 ho cominciato a fare il carrozziere, a 23 mi sono sposato e ho avuto due figli. Però, certo, sono un toscano. Che in giro vede una regione martoriata, senza lavoro, e sciupata da politici, quelli sì, troppo spesso gatti e volpi. Ma ormai tutti noi che nel Settanta eravamo pieni di speranze per il futuro, ci siamo addestrati ad essere buoni ma furbi; ché a fare come dice la fata turchina si piglia in quel posto». Il burattino ora in carne ed ossa. Ma il carattere, quello sì, è un tronco di ciliegio.

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