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Paolo Virzì: la Toscana è il set della mia vita

Paolo Virzì: la Toscana è il set della mia vita

Intervista al regista per i nostri 140 anni. "Questa regione  è splendore e fierezza, tradizione secolare, astuzia, modernità. Livorno invece si compiace di essere un mondo a parte, bello e terribile. Il Tirreno? Per tutti noi in famiglia era “il giornale'"

Cinema, tutti i ciak toscani di Paolo Virzì Classe 1964. Città di nascita Livorno. Il regista Paolo Virzì ha girato diversi film nella città di origine e in Toscana. Ecco quali (a cura di Tecla Biancolatte) L'articolo

La Toscana nel cuore, senza tante smancerie però, perché Paolo Virzì è appunto toscano e livornese nel genio oltre che nell’anima e non ama salamelecchi e omaggi di maniera. Paolo Virzì, anni 53, marito dell’attrice Micaela Ramazzotti, regista dalla mano lieve quanto amara e beffarda, commedie drammatiche che fanno ridere e piangere ma soprattutto pensare e rimuginare: una dozzina di film e un crescendo di successo e consensi. Con “La pazza gioia” e quella fuga di due femmine folli e tenerissime in giro per la Toscana, ha conquistato Cannes, il mondo e i David di Donatello.

Ora sta preparando l’uscita negli Stati Uniti del suo nuovo film girato appunto in America, “The Leisure Seeker”: è la marca di un camper, quel camper è infatti il mezzo di un’altra struggente e incredibile fuga, quella degli anziani coniugi interpretati da Helen Mirren e Donald Sutherland. Ma nell’America dove ha lavorato e creato legami professionali, a Roma dove abita, dentro al mondo grande che lo ha accolto a braccia aperte c’è sempre il suo piccolo mondo antico: la sua Toscana, la sua Livorno.

I 140 anni del Tirreno sono anche un’occasione per fare i conti con vizi e virtù della nostra regione. Da Roma, da “emigrante” speciale, cosa vede di bello e di brutto quando guarda verso la nostra terra?

«Ma stiamo parlando di Toscana o di Livorno? Perché non è proprio la stessa cosa. La cosa speciale, magnifica e terribile di Livorno è che è un mondo a parte. La Toscana è splendore e fierezza, tradizione secolare, astuzia, modernità. Livorno è invece quel territorio misterioso che ho provato a raccontare con certi film e verso il quale continuo a nutrire il sentimento controverso che si prova verso un genitore: amore e strazio mescolati. Dolcezza e malinconia per la luce struggente di quella città, il vento che sa di sale, lo spirito caustico delle persone, che però nasconde una specie di rassegnazione, il rimpianto per un mitologico passato che ancora tiene vivo un orgoglio sempre più acciaccato»

La Toscana è una regione “da film” che aiuta lo svolgersi del racconto cinematografico? Perché la sceglie così spesso come location?
«Mah, guardi, soprattutto perché è il palcoscenico di una commedia umana che per me ha un sapore familiare. Spesso nel concepire una storia ho l’istinto di portarmela sotto casa, quella casa antica che in realtà ho abbandonato, chiudo gli occhi e sento il suono di quelle voci. Mi fa piacere, quando posso, radunare certi volti, certe persone, i molti talenti che stanno da queste parti, che ho la sensazione siano tutti miei parenti».

Virzì alla presentazione del film La...
Virzì alla presentazione del film "La pazza gioia" al cinema-teatro Quattro Mori di Livorno

140 anni sono più di una vita. Riesce a pensare al tempo che corre senza aver paura della morte, del vuoto?
«Paura della morte? Macché, comincio ad esserne curioso. Chissà com’è, se si spegne tutto all’improvviso, o se finalmente si accende qualcosa? Non sono religioso, purtroppo, nel senso che non mi aspetto un Dio buono che predispone destini, inferno e paradiso, ma l’anima esiste, lo sento. E da qualche parte andrà, magari ad incontrare altre anime perdute».

Come si immagina il 1877? Quanto valgono 140 anni di storia?
«Ma questa è l’intervista più impegnativa alla quale sia mai stato sottoposto! Proviamo ad essere all’altezza. Nel 1877 Roma era capitale da qualche anno, a Livorno Giuseppe Bandi fondava Il Telegrafo mentre la città ex-porto franco si modernizzava, l’energia elettrica cominciava a diffondersi nelle case, dalla vocazione commerciale si passò a quella industriale, il nord della città s’infittì di ciminiere fumanti, di fiumane di operai in bicicletta, mentre altre migliaia di operai convergevano verso i Cantieri Orlando richiamati dalla sirena che annunciava l’inizio del turno. Esistesse la macchina del tempo, mi piacerebbe molto dare un’occhiata alla Livorno ottocentesca, che Dickens descriveva come la città dove nessuno dorme mai. La immagino piena di fervore, di odori intensi, di bar affollati, di case di tolleranza e di studi di pittori. Tutto il contrario di quel languido, pigro paradiso per pensionati che è la Livorno di adesso».

È livornese. E a Livorno i Tirreno è sempre stato un’istituzione. Infatti nei suoi film c’è spesso un riferimento al giornale...
«Quando ero bimbo il Tirreno, o il Telegrafo, erano semplicemente “il giornale”. Da liceale diventò il quotidiano dove si andavano a leggere i resoconti delle manifestazioni studentesche...».

Il Telegrafo in una scena del film ...
"Il Telegrafo" in una scena del film "La prima cosa bella"

Lei bambino a Livorno. Cosa le hanno dato e cosa le hanno tolto questa città e la Toscana?
«Livorno mi ha dato un senso di appartenenza, vissuto in modo conflittuale, ma che in qualche modo ha determinato quella cosa interiore che potremmo chiamare identità. Adesso che ci torno poco, quando ci torno ho un sentimento di allarme, come se avessi timore di non riconoscerla. Come una madre, una zia, una nonna che è invecchiata e rimbambita e che a sua volta non ti riconosce».

Quali politiche per la cultura servirebbero? In Toscana ma non solo.
«Ma che ne so, non chiedetelo a me. Mi piacerebbe che Livorno volesse bene ai suoi artisti, ai suoi talenti, quando invece, quei pochi anche se bravissimi che son rimasti mi sembra vivano un sentimento di emarginazione, sminuiti dall’eterno spirito di canzonatura che è il tratto rilevante del carattere locale».

Non è un mistero: il Movimento 5 Stelle, che oggi governa tra l’altro anche Roma e Livorno, non le piace. Perché questa disistima? Tra l’altro il sindaco di Livorno Nogarin e l’assessore alla cultura Belais le hanno fatto le congratulazioni per i David conquistati da “La pazza gioia” .
«Guardi, nulla di personale, davvero. Anzi visto che lei mi ha spiegato che sindaco e assessore mi hanno rivolto parole affettuose io li ringrazio rispettosamente. Mi è capitato piuttosto di fare ragionamenti generali a proposito del declino della classe dirigente, che non comincia certo dall’epoca attuale a 5 Stelle e che ovviamente non riguarda soltanto Livorno. Mi dicono peraltro che quel Movimento, al contrario di Roma dove sembra contiguo all’anima nera, fascista, tassinara e casapoundista, a Livorno ha invece tratti più di sinistra, e la cosa non può non farmi simpatia. Ma il Movimento di Beppe Grillo francamente non mi convince per tante cose, per un deficit di democrazia (si clicca, si clicca ma poi decidono in due), per il tratto demagogico, per una narrazione facilona e mistificatoria che divide l’Italia in noi e loro, da una parte gli eroi onesti vendicatori dei cittadini, dall’altra il marcio e la corruzione indistinta. Per essere insomma soprattutto una formidabile macchina di propaganda, spesso aggressiva, che nega dignità a chi la pensa in modo diverso e che sembra lavorare ad alimentare la rabbia e la frustrazione di tante persone infelici».

Paolo Virzì a Viareggio
Paolo Virzì a Viareggio

Insomma non si concilia con la sua idea di democrazia?
«Un’idea della democrazia forse figlia del secolo scorso, dove ci sono dialettiche esplicite e trasparenti, ci si confronta, si vota, si eleggono organismi, segretari, rappresentanti. Così come non mi piaceva il partito-azienda di Berlusconi non può piacermi il partito-azienda di Casaleggio. Non credo all’ideologia della democrazia diretta che si traduce in clic su piattaforme gestite da un’unica azienda privata, continuo a preferire la cara vecchia democrazia rappresentativa, che sarà un sistema analogico e vintage e avrà tanti brutti difetti ma, come diceva Churchill, non se ne conosce finora uno migliore».

E che futuro vede per i suoi figli cioè che mondo immagina li accoglierà da adulti?
«Vorrei che non prevalesse il pessimismo che a volte mi assale. Auguro ai miei figli un mondo con meno muri e senza questo perpetuo senso di emergenza e di guerra. Tira una brutta aria, ogni sera c’è un pestaggio tra ragazzi, sedicenni, diciottenni, avete letto, avete sentito? Auguro ai miei figli un mondo più pacifico, più tollerante, più gentile».

Lei è un personaggio molto geloso della sua privacy. Come gestisce la nuova comunicazione, Facebook, Twitter? Come concilia privacy e necessità di “esserci”?
«Una bacheca Facebook personale non l’ho mai avuta, mi sembrava patetico, non essendo più adolescente da un pezzo. Mi è capitato di avere un profilo Twitter ma l’ho cancellato quando mi son reso conto che i giornali, che evidentemente spesso non sanno come riempire le pagine, riportavano le sciocchezze che mi capitava di scrivere come se fossero notizie di interesse pubblico».

Girare in America è stato un salto di qualità? Era emozionato? Da “My name is Tanino” girato oltreoceano all’inizio del 2000 quanta acqua (e quale acqua...) è passata sotto i ponti?
«Sono andato in America a fare un mio film, il film di un regista italiano ambientato sulle strade della East Coast americana. Un’esperienza faticosa per me che soffro di disturbi del sonno, non ho smesso neanche dopo mesi di soffrire il jet lag. Ma filmare la performance di una leggenda della New Hollywood come Donald Sutherland e di un talento sublime come Helen Mirren è stato elettrizzante. Nel racconto dell’avventura di Ella e John, i protagonisti di The Leisure Seeker, abbiamo provato a mescolare commedia e tragedia, lacrime e risate, come in fondo ho sempre cercato di fare con i miei film».

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