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Paziente morta sotto al treno, il fratello: «Doveva essere sorvegliata, ma è fuggita dall’ospedale»

Livorno, lo sfogo dell’uomo dopo la fuga della sorella dal reparto di Psichiatria: «È riuscita ad aprire la finestra con una maniglia, ma come faceva ad averla? Voglio sapere cosa è successo»

LIVORNO. «Credevo che lì dentro, nel reparto di Psichiatria, mia sorella fosse al sicuro. Credevo che fosse sorvegliata e che, vista la sua situazione difficile, ci fosse un controllo costante e più attento. Invece è riuscita ad aprire la finestra da cui è scappata grazie a una maniglia passepartout che aveva con sé. Come ha fatto a procurarsela? E come mai nessuno se n’è accorto? Mai avrei pensato di perderla così... ».

Tanto dolore, qualche rimpianto. E una serie di perché che attendono risposta. Vuole andare fino in fondo il fratello della quarantenne che martedì mattina è scappata dalla Psichiatria e si è tolta la vita sotto a un treno, alla stazione centrale. Vuole capire come sono andati i fatti e se ci siano delle responsabilità da parte del personale del reparto dove la donna era ricoverata da settembre scorso perché affetta, sin dall’adolescenza, da anoressia. È per questo che ieri, all’indomani dalla tragedia, il fratello ha rotto il silenzio e ha deciso di raccontare al Tirreno chi fosse sua sorella, quale immane sofferenza si celasse dietro quel corpicino debilitato e quali speranze nutrisse la famiglia nella sua riabilitazione, trampolino per una vita migliore, per un futuro finalmente sereno. «Se fosse morta in un altro modo forse lo avrei accettato di più - riflette il fratello - Ma la sua fuga, da un posto in cui si trovava per essere tutelata, rende tutto più difficile».

Una morte dolorosa, sulla cui dinamica sta indagando la polizia ferroviaria, coordinata dalla pm Antonella Tenerani. E su cui tutti vogliono fare chiarezza. C’è un particolare, soprattutto, che ha spinto la famiglia della vittima a rivolgersi a un legale, l’avvocato Marco Giunti. È lo stesso fratello della donna a raccontare qual è stata la leva che l’ha spinto a muoversi.

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QUELL’OGGETTO MISTERIOSO. «In un primo momento, quando ci hanno avvisato della fuga di mia sorella, ci hanno detto che forse per scappare aveva forzato una finestra. E tutti ci siamo domandati come fosse possibile: lei era mingherlina e non mangiava da giorni, non aveva la forza per fare una cosa del genere. Poi invece, quando io e miei familiari siamo andati al reparto a prendere i suoi effetti personali, tra i vestiti abbiamo trovato una maniglia, che lei aveva nell’armadietto. Una sorta di passepartout che il personale del reparto utilizza per aprire porte e finestre che di solito sono chiuse proprio per motivi di sicurezza. Grazie a quella maniglia, mia sorella ha potuto ricavarsi quel varco di 40-45 centimetri da cui è passata per andare via. In quella fessura della finestra basculante ci sarei passato anche io». Questo particolare lascia spazio a una serie di domande: «Dove ha preso mia sorella quella maniglia? È possibile che se la sia procurata senza che nessuno se ne rendesse conto? E come è possibile che il personale del reparto non si sia accorto della mancanza di quell’oggetto? Non c’è un inventario? Quando in un posto del genere, iper protetto e controllato, manca un oggetto simile, come minimo va cercato. A cosa serve altrimenti non permettere ai pazienti di avere con sé nemmeno un accendino o altri utensili considerati pericolosi, se poi sparisce una maniglia e nessuno se ne accorge o fa niente per recuperarla? Qui ci sono delle responsabilità, quanto meno negligenza».

CHIAREZZA SUI FARMACI. C’è anche un altro aspetto molto delicato su cui i parenti della vittima vogliono fare chiarezza e riguarda la terapia farmacologica che la quarantenne stava assumendo. «Mi chiedo se, visti i farmaci che lei stava prendendo, non fosse necessario un controllo ulteriore nei suoi confronti», dice addolorato il fratello.

NESSUNO SI È ACCORTO DELLA FUGA. C’è poi un altro elemento che tormenta i familiari della donna morta in stazione: «Mia sorella è andata via dal reparto intorno alle 4, non oltre: il suo corpo senza vita è stato visto da un clochard alle 4.50. Ma noi siamo stati avvisati solo di mattina dall’ospedale. Non c’è controllo notturno?». In realtà il personale del reparto ha effettuato il passaggio consueto, solo che la luce del bagno era accesa e chi si è trovato nella stanza ha pensato che lei fosse in toilette.

L’Asl fa un’indagine interna. L’azienda sanitaria ha avviato un’indagine interna, attraverso la gestione del rischio clinico, per capire che cosa effettivamente sia successo. Si tratta di un procedimento, che va di pari passo con gli accertamenti della magistratura, «per vedere se siano subentrati problemi di percorso». La stessa Asl conferma il fatto che la donna abbia recuperato e usato quella maniglia, ma per il momento non sa spiegare come. «La maniglia - spiegano dall’azienda sanitaria - apre la finestra verso l’alto, lasciando aperto un piccolo spiraglio di circa 20 centimetri (e non di 40 come è emerso dalla valutazione dei familiari della vittima, ndr) da cui è difficile uscire». L’Asl spiega anche che durante il controllo notturno non sono emerse cose sospette. Aggiunge poi che all’interno della struttura per motivi di privacy non ci sono telecamere, che invece sono presenti all’esterno, anche se non hanno ripreso la fuga.

VITA LOGORATA DALL’ANORESSIA. La scomparsa della quarantenne lascia un vuoto enorme nel cuore di chi le voleva bene. Appena un paio di mesi fa, il futuro sembrava finalmente riservare a questa donna così fragile un po’ di serenità. «A settembre si era ricoverata spontaneamente in Psichiatria - racconta il fratello - in tre mesi aveva ripreso 8 chili e a dicembre era andata in Versilia a visitare una struttura specializzata nelle cure dei disturbi alimentari dove avrebbe dovuto trasferirsi a breve. Le era molto piaciuta, aveva trovato anche una persona che conosceva e che le aveva fatto coraggio. Stava meglio e finalmente, dopo anni di patimenti, per lei poteva aprirsi una nuova prospettiva. La vedevo più positiva. Io stesso mi sentivo fiducioso».

Ma poi qualcosa si è rotto dentro di lei. «Ha avuto paura di guarire, di iniziare a vivere - dice il fratello commosso - Questa malattia ha logorato una famiglia intera e ha devastato la sua vita, sin da quando era solo una ragazzina. Aveva appena 18 anni e il giorno del suo compleanno lo ha trascorso in ospedale, con una cannula in vena. Negli anni successivi non ha fatto altro che alternare momenti di gioia a bassi incommensurabili. E col tempo ha imparato a gestirsi: quando stava molto male, prima di cedere, si ricoverava o comunque metteva in atto un sistema per sopravvivere. Pensare che ha mollato proprio un attimo prima di rush finale ci uccide».

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