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Paziente suicida, Crepet: «Come Dj Fabo, è una forma di eutanasia»

Livorno il professor Paolo Crepet dopo la tragedia: "Il compito di noi psichiatri, dei familiari e dell’amore sia tentare in tutti i modi di contrastare questo disegno"

LIVORNO. Si può morire di anoressia? «Sì, perché anoressia fa rima con eutanasia. Ci sono tanti modi per voler andar via: credo che il compito di noi psichiatri, dei familiari e dell’amore sia tentare in tutti i modi di contrastare questo disegno. Dopodiché se una persona vuole mettere fine alla sua vita lo farà... Il suicidio è un diritto». A parlare è il professor Paolo Crepet (foto), psichiatra di fama internazionale, a cui abbiamo chiesto di intervenire sul caso della donna affetta da anoressia, suicida alla stazione .

Cosa può fare uno specialista per evitare che un suo paziente si tolga la vita?

«Io combatterò con tutte le mie forze contro un suicidio e per evitare che questo diritto diventi volontà perché è il mio mestiere. Tuttavia, mi vengono le stesse riflessioni che sono emerse nel caso di Dj Fabo».

In che senso?

«Non c’è molta differenza: solo a uno sguardo superficiale due casi del genere possono sembrare diversi. Una donna che la fa finita per anoressia è ingabbiata in un corpo esattamente come Dj Fabo: lui non si poteva muovere fisicamente; lei non si poteva muovere psicologicamente. Le gabbie non sono solo fisiche, anche mentali. Di certo ci saranno cori di specialisti che non saranno d’accordo. Ma una cosa va detta, al di là di tutto: gli psichiatri hanno i loro limiti, non siamo onnipotenti. E se nella vita professionale di uno psichiatra della mia età non ci sono stati suicidi, vuol dire che non ha lavorato».

Dj Fabo, il parroco in chiesa: "Tutto questo serva a riscoprire il senso della vita" "Siamo qui per pregare per Fabiano e stare vicini alla sua famiglia". Don Antonio Surighi ha spiegato ai giornalisti il senso della cerimonia in chiesa in ricordo di Dj Fabo, nella parrocchia di Sant'Idelfonso a Milano (di Antonio Nasso e Giulia Costetti)

A lei ne sono capitati?

«Sì, e lasciano il segno».

L’anoressia colpisce solo giovani o anche adulti?

«Per la maggior parte i pazienti sono ragazzi, ma gli adulti non sono immuni, anzi: a volte il problema cova e può venire a galla dopo. E c’è anche chi non è mai guarito».

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Come si può curare?

«In tanti modi: con i farmaci, con sistemi comportamentali, con un approccio psicoeducativo. Ma se il problema perdura negli anni, cioè se una persona non è mai cambiata e per molto tempo ha espresso la volontà di farsi del male, bisognerebbe domandarsi: qualcosa intorno a lei è cambiato nei rapporti interpersonali? Il 90% delle volte non si è modificato nulla. E il suicidio è la morsa finale. Ovviamente parlo in generale, non conoscendo il caso specifico. Detto questo, uno dei grandi errori che una certa psichiatria fa verso l’anoressia, è discutere sempre di cibo. L’anoressica non vuole parlare di altro e le persone intorno a lei la assecondano: digiuni, controlli medici, nutrizionisti e così via. Ma questo è un circolo vizioso. La cosa più difficile è convincere la persona e chi ha intorno a non parlare di cibo. A una anoressica fa bene che qualcuno indichi cosa c’è fuori da quella finestra».

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