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Lastre, bobine e colori, l’orchestra di carta suona di notte e stampa la Storia - Foto

Livorno, nel gigante di acciaio nella zona del Picchianti con i rotativisti del Centro Stampa che lavorano dalle 23 alle 5 del mattino per mandare in edicola 100mila copie tra Tirreno e Repubblica: "La sera della Concordia non la dimenticheremo"

LIVORNO. Benvenuti dove ogni notte gira la Storia e incide la cronaca sulla carta. È l’auditorium del centro stampa, bellezza, e qui suona l’ultima nota dell’editoria quotidiana. Dentro lavora un’orchestra di trenta alchimisti-musicisti che in un capannone in via dell’Artigianato, nella zona industriale di Livorno, ogni volta che il metronomo apre le danze fa vibrare settecento lastre, mischia ettolitri di inchiostro e fa girare bobine di carta lunghe dodici chilometri ciascuna. Il concerto dell’informazione va in scena in tre movimenti 359 giorni all’anno, dalle undici di sera alle cinque del mattino. L’opera completa dentro al cartellone dei lavori notturni si intitola: «Produzione e confezionamento del giornale in fa maggiore, voce del verbo produrlo».

C’è un direttore che vigila e per ogni turno almeno una dozzina di orchestrali che muovono joystick davanti a uno schermo, inseriscono carta e calibrano la quadricromia dosando nero, magenta (una specie di rosso), ciano (una tonalità di blu) e giallo. Ma niente pubblico per questi operai che arrivano dal mondo della cooperativa della Libera Stampa e dai padri hanno ereditato un mestiere e una vita alla rovescia: la loro musica suona per chi legge il giorno successivo, non per chi ascolta adesso.

«Il lavoro è diviso in tre reparti: produzione delle lastre, la rotativa e infine la spedizione delle copie», spiega Raffaele Serrao consigliere delegato de Il Tirreno e responsabile del centro stampa, di proprietà della Rotocolor Spa, una controllata di Finegil, società di cui fanno parte tutti i quotidiani locali del gruppo l’Espresso.

Per questo solo immergendosi in una delle poche luci accese dopo il tramonto nella zona del Picchianti, è possibile sentire il gigante d’acciaio, adagiato sui tre piani della struttura, che sale, scende, piega, taglia e respira. «Fino a quando non esce il prodotto finito: 100 mila copie che poi vengono consegnate in 800 edicole sparse per tutta la Toscana», spiega Fabio Stazzoni, 52 anni, da sei alla guida del centro stampa, indicando due binari in movimento che scendono zigzagando dolcemente da una decina di metri prima di abbassarsi e liberare le copie: le dieci edizioni del Tirreno stampate in ordine inversamente proporzionale alla distanza da via dell’Artigianato (la cronaca di Grosseto è la prima a girare - come si dice in gergo - Livorno l’ultima) e l’edizione toscana della Repubblica.

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Questa è la routine quando non ci sono intoppi: «Dalle pagine che arrivano via mail dalla sede di viale Alfieri si creano col laser le lastre nel laboratorio al primo piano - raccontano Gabriele Frosini e Marco Nencini durante la lavorazione - poi si lavano dai polimeri in eccesso in una specie di lavatrice, vengono divise per edizione, accoppiate e infine montate sui rulli».

Il paradosso è che qui a fare la differenza non è la normalità, ma l’eccezione. «È quando sembra che dentro al capannone grandini che per noi c’è il sole», fanno notare. Mentre quando il ticchettio della rotativa si interrompe sono grane. «Possono capitare svariate tipologie di problemi nella catena di montaggio: sia meccaniche che al software - va avanti Stazzoni che nella vita voleva fare altro e ora non saprebbe appassionarsi così tanto a un altro mestiere - dalla carta che si rompe e dunque va cambiata, a una lastra che va ribattuta perché c’è un errore». Perché i guardiani del centro stampa sono anche gli ultimi baluardi in grado di controllare, e nel caso intervenire, prima che sia troppo tardi per rimediare.

«Per fare una riparazione o un cambio in corsa - precisa - serve almeno mezz’ora di blocco». E poi può succedere che dalla tipografia arrivi quella telefonata che ha fatto la fortuna dei film sul giornalismo e la sfortuna di chi alza la cornetta: «Bloccate la rotativa». Qui l’ultima volta è stata ricevuta il 13 gennaio 2012. Il Tirreno da appena due giorni aveva lanciato il full-color e lo slogan pubblicitario era: “Ne vedrete di tutti i colori”. Nessuno, però, poteva immaginare che una nave da crociera affondasse davanti al porto dell’isola del Giglio. Era la notte della Concordia e il Tirreno uscì in edicola con la notizia della tragedia. «Nave in secca, quattromila salvati». Purtroppo ai tre morti annunciati sul giornale se ne aggiunsero altri ventinove. «Quel giorno non lo scorderemo», racconta chi c’era.

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Paolo Bernini è il capo macchina e sta in piedi davanti alla consolle. «Registro e regolo il colore - spiega - e ogni tanto prendo una copia per vedere se ci sono errori. Il lavoro? È pesante. Nel fallimento del mio primo matrimonio credo che i miei orari ci abbiano messo lo zampino. Ma il peggio è arrivato dopo, quando con due figli piccoli alle undici di sera dovevo venire qui e lasciarli a uno dei miei fratelli, per fortuna siamo in sei...». Quello dei rotativisti è il mondo del non pranzo: «Faccio uno spuntino alle tre del pomeriggio, ceno, lavoro e vado a letto alle 6», recitano in coro intorno ai primi giornali stampati. Ne fanno parte Marco Guidera, risata contagiosa e felpa blu, Jonathan Nelli che sogna di sfondare nella musica e intanto accorda la lastra. E poi Francesco, Stefano, Simone, Claudio, Mario, Riccardo, Fabio e tutti quei colleghi che stanotte non ci sono e per un giorno, a turno, cercano di sincronizzare la propria esistenza con quella dei più, prima di tornare a suonare lo stesso spartito. Fa lo stesso se in pochi riescono a sentirli, l’inchiostro sulla carta, anche stanotte, ha lasciato un’impronta.

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