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Le braci notturne di "Ale", l'ultimo paninaro figlio dell'Orco - Foto

Livorno, Alessandro Mataresi lavora dal tramonto all'alba nel chiosco alla Rotonda di Ardenza dove ogni giorno prepara circa 200 schiacciatine: "Non pranzo da 33 anni, non abbiamo un orario di chiusura: fino a che c'è gente praprariamo. Da qui sono passate generazioni di livornesi e alcuni ci sono anche nati..."

LIVORNO. L’ultimo paninaro che va a letto all’alba ha smesso di pranzare trentatré anni fa quando ha comprato per una decina di milioni di vecchie lire un furgone usato Fiat 242, una specie di scatola rettangolare con quattro ruote, e ci ha costruito dentro un futuro puntando su pane, carne e costanza. Da allora, ogni giorno quando fa buio, sale sulla pedana del chiosco dentro al parcheggio della Rotonda di Ardenza e serve dal suo palco illuminato chiunque gli compaia davanti dicendo: «Ho se ...

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LIVORNO. L’ultimo paninaro che va a letto all’alba ha smesso di pranzare trentatré anni fa quando ha comprato per una decina di milioni di vecchie lire un furgone usato Fiat 242, una specie di scatola rettangolare con quattro ruote, e ci ha costruito dentro un futuro puntando su pane, carne e costanza. Da allora, ogni giorno quando fa buio, sale sulla pedana del chiosco dentro al parcheggio della Rotonda di Ardenza e serve dal suo palco illuminato chiunque gli compaia davanti dicendo: «Ho sete, ho fame».

Poco importa se si tratta di ladri, poliziotti, puttane o altri tipi strani, le braci di Alessandro Mataresi - per quelli della notte solo “Ale” - sono sempre accese, le salse aperte e l’affettatrice in funzione: «Non abbiamo un orario di chiusura - dice dando una boccata alla sigaretta elettronica che tiene in tasca - continuiamo a fare panini fino a che c’è gente». E di clienti che hanno appetito anche fuori dall’orario di lavoro dello stomaco ce ne sono sempre: arrivano in serie, come le onde che sbattono contro la spiaggia dei Tre Ponti e confondono l’odore di carne arrosto con quello di alghe e salmastro.

«Ora gli archi sono cinque - racconta - ma la notte che sono crollati quelli vecchi me la ricordo bene: ero al lavoro. Il Rio Ardenza è esondato e fu un disastro: ricordo le macchine che sparivano dentro l’acqua». È stata una delle poche volte che Mataresi, che va per i 60 anni, ha lasciato il bancone, allora sistemato sulla Rotonda di Ardenza. Adesso davanti a lui, dietro alla vetrina piena di vaschette farcite, c’è un gruppo di amici che da Rosignano è venuto a far baldoria a Livorno e alle 3 del mattino ha voglia di uno spuntino: «Ci fermiamo sempre prima di tornare a casa, è una tappa fissa», dice un ragazzo sulla ventina azzannando una schiacciatina salsiccia, melanzane sottopesto e salsa piccante «il giusto». Babbo, mamma e prole, due tavoli più avanti, sono alle prese con l’ultimo morso di un hamburger di carne Angus.

«Sono più conosciuto del sindaco - scherza “Ale” che da 10 anni aspetta il posto fisso di ambulante e ora è stato indagato per un presunto abuso edilizio alla veranda coperta - Da me sono passate almeno tre generazioni di livornesi, e tanti li ho visti nascere, nel vero senso della parola. A parte gli scherzi: la notte mi piace perché è meno caotica, è un tempo, come posso dire? Disponibile». A volte anche troppo, perché a qualche cliente deve fare da psicologo. «Viene e mi racconta i suoi problemi. Io ascolto. Il mio segreto? Mi sono sempre fatto gli affari miei e ho cercato di avere buoni rapporti con tutti». Intorno al panino della buonanotte c’è un’arte che profuma di cipolle saltate e America, quella che i teologi del cibo hanno ribattezzato streetfood. «I gusti e le abitudini sono cambiate - sottolinea - prima andavano di moda gli hot-dog con la senape, ora nessuno ne mangia più, ma ogni giorno prepariamo circa duecento schiacciatine che ci permettono di avere sette dipendenti».

A Livorno il panino a stelle strisce l’ha portato negli anni Ottanta un ex militare della Folgore che tutti ricordano col nome del barroccio che aprì davanti ai Quattro Mori, davanti all’ingresso del molo Mediceo. «La baracchina si chiamava “dall’Orco” - ricorda l’ultimo dei suoi eredi - il proprietario era di Bolzano: venne qui a fare la naja, si innamorò della città, del mare e decise di restare». Di figli l’Orco ne ha messi al mondo molti, anche senza volerlo: da Vezio alla Banda del Panino, in piazzale Zara, la strada che porta a Tirrenia, a Marino che dallo stadio si è spostato al Picchianti, in via dell’Artigianato, prima di chiudere i battenti. E poi Quo Vadis, sempre al porto e le evoluzioni gourmet, vedi Borgo Burger e I’m Burger, oppure le catene in franchising come La Taverna di Poldo, in via Grande.

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Ma di tutti questi, solo “Ale” ha domato la notte. I suoi colleghi, invece hanno mollato un po’ la presa, oppure hanno cercato di cambiare orari e clientela. Come Alessandro Pellegrini, storico fondatore de “La Banda Del Panino”. «La sera che abbiamo aperto - fa spazio nel passato - mi vergognavo del mio lavoro. E i primi due clienti furono Solange e il compagno, era il settembre del 1988, avevo 18 anni e non avevo mai visto due uomini che stavano insieme. Ora è tutto cambiato, prima l’orario era dalle 19 alle 5 del mattino: abbiamo smesso di farlo sette anni fa. Adesso lavoriamo di più a pranzo e a mezzanotte e mezzo chiudiamo, anche perché la notte è faticosa soprattutto se hai famiglia, in più la grande distribuzione ha rovinato il mercato». E la città è cambiata, «in peggio» dicono tutti quelli che la guardano negli occhi senza il sole in faccia.

Un esempio lo fa Cristiano Orsini al bar “Tramezzino”, altro luogo cult per i vampiri senza sonno: «Negli anni Ottanta all’alba arrivavano macchinate di gente con lo champagne in mano di ritorno dalla Versilia. Ora le discoteche non vanno più e lo sfoggio di opulenza è un ricordo lontano». Certo, ubriachi molesti, pisciate e rigozzate nell’ombra sono sempre le stesse. «Ma la notte e un panino caldo - conclude Ale - non li cambierei per niente al mondo». Nonostante il freddo che a ques’ora ti pizzica dentro. E quei solchi disegnati dall’ombra del primo sole sulla faccia dell’ultimo paninaro.

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