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Coralli, cernie e futuro, viaggio notturno tra i tesori sommersi nel miglio magico di Calafuria - Foto

Coralli, cernie e futuro, viaggio notturno tra i tesori sommersi nel miglio magico di Calafuria - Foto

Livorno, ogni anno 40 mila immersioni in città ma nemmeno un pacchetto turistico per gli appassionati di subacquea. Il presidente della Pro Loco: "Basta essere predatori e andare a fa’ polpi o favolli per forza. Proviamo una volta tanto a immergerci e basta"

LIVORNO. «Quanto vale una cernia morta? Più o meno quaranta euro al chilo e si può vendere una volta sola. Una cernia viva, invece, la fai vedere tutti i giorni e può dare da mangiare a un’intera città». Stefano Alessandri è romano di nascita e si sente dall’accento, ha 53 anni, e nel 2003 è arrivato per caso a Livorno dove ha trovato moglie e si è rimesso in gioco gestendo in una stanzetta attrezzata il Diving Center dentro ai Bagni Rex.

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Il suo teorema sulla ricchezza sommersa, alla faccia dei livornesi «che nascono e muoiono predatori del mare e sono duri come le pigne verdi», lo snocciola quando ormai è calata la notte, poco prima di salire sul gommone di otto metri sul quale anche d’inverno scarrozza per 32 euro a testa gli appassionati di subacquea che arrivano da mezza Italia e non solo: Venezia, Bologna, Ferrara, Germania, a scoprire il miglio delle meraviglie, nascosto davanti alla scogliera di Calafuria. «Ad appena venticinque metri di profondità - prosegue trainando con un carrellino le bombole dei tre ospiti a bordo - puoi trovare coralli, gorgonie, poseidonie e pesci come in nessuno altro posto del Mediterraneo». Dice sia merito dell’acqua torba che abbiamo, girata la punta del Castel Boccale: la luce filtra di meno e la flora e la fauna che altrove si trovano a cinquanta metri di profondità, qui da noi sono a portata di tuffo anche per chi ha solo il primo brevetto di sub.

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Lo sa bene Stefano Signorini, sessanta anni passati, imprenditore di giorno, che per merito («o colpa», dice sorridendo) della moglie Lucia da qualche anno si immerge di notte per fotografare le star degli abissi con l’associazione Inout Costiera Calafuria. «In serate come questa - racconta stretto nella muta semistagna e accendendo una specie di volante con un super obiettivo incastonato al centro - il colore del fondale cambia rispetto al giorno: la luce della lampada si focalizza su un oggetto e questo prende vita in una miriade di colori». Come la chiocciolina rarissima, il nome scientifico è Neosimnia spelta, che ci mostra con orgoglio dopo averla cercata per sei anni. «La gente quando la vede mi chiede se l’ho fotografata a Sharm El Sheikh: macché questa è roba nostra». Che la burrasca stia per arrivare si capisce appena il gommone lascia il porticciolo che guarda dal basso lo scheletro del monumento a Ciano. «Non importa, è bellissimo lo stesso», dice travolta dall’entusiasmo Letizia Marini, insegnante del liceo artistico di Volterra che assieme a Gianluca Citi, elettricista nella vita, negli ultimi vent’anni ha mappato scoglio per scoglio tutto il Romito, dato vita all’associazione Archeo sub labronico e ora cerca uno sponsor per pubblicare un depliant informativo dove sono racchiusi tutti i segreti di Calafuria, sia sopra che sotto al mare.

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«Pensate: nei primi tempi che ci immergevamo - ricorda Gianluca - ci hanno pure denunciato perché trovammo delle anfore, pensavano che ce le volessimo tenere, invece eravamo già in contatto con la Soprintendenza per donarle al museo dove sono conservate anche adesso. Per fortuna dopo quattro anni di processo siamo stati assolti...». Le luci di Antignano si muovono sul mare e il gommone spinto dalla corrente scarroccia per trovare l’ancora e un briciolo di stabilità.

I tre sub, dopo il tuffo, spariscono nel blu profondo a colpi di pinne: e più si allontanano dal pelo dell’acqua più si avvicinano alle prime file del teatro degli abissi. Gli attori non sono mai gli stessi ma lo spettacolo pare sia garantito: scorfani e ricci, salpe (sarpe per il livornese) e paramunicee (le gorgonie rosse), a seconda della stagione anche aragoste e saraghi pinzuti. È dopo aver ascoltato la descrizione dell’ultimo show del mare dai subacquei appena risaliti a bordo che entra in scena Mario Lupi, presidente della Pro Loco di Livorno, teorico praticante del «facciamo rete altrimenti si rimane nella rete come gli sparlotti». È questo signore appassionato di mare e di idee ad aver messo intorno a un tavolo associazioni, diving center e perché no le istituzioni.

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«Lo sapete quante immersioni ci sono ogni anno lungo la costa? Tra le 30 e le 40mila; persone che arrivano da mezza Italia e hanno disponibilità a spendere. Bene. Sapete quanti pacchetti turistici esistono per questa fetta di clientela? Nemmeno uno. A Livorno - e si infervora un po’ - dobbiamo metterci nella zucca che le aziende finiscono, invece il mare tra 200 anni ci sarà ancora. E dove dobbiamo lavorare? Sulla città biodiversa che è tante cose: leggi Livornine, Modigliani, Mascagni, Caproni, Caprilli, i Ciampi, è cacciucco 5C, è esempio di architettura razionalista, è corallo rosso a venti metri di profondità, santuario dei cetacei, Arcipelago toscano, è gallina livornese, la più diffusa al mondo, è avere un tesoro dimenticato come la Cripta di San Jacopo e potremmo continuare a non finire. A me le reti - va avanti mentre rientriamo in porto e arrivano le prime gocce di pioggia - sono sempre piaciute, ma quelle che connettono un punto all’altro e fanno sistema, non quelle che ingabbiano, tanto meno le “reti fantasma” che sono state tolte dai fondali grazie a gente come Stefano, Letizia e Gianluca. In genere per i livornesi il mare finisce in banchina o agli scogli piatti e per divertirsi bisogna per forza andare a fa’ polpi o favolli. Ma perché non proviamo una volta tanto a immergerci e basta?».

Stai a vedere si piglia un esemplare gigante senza ammazzarne nemmeno uno: il pesce futuro, dicono sia anche più nutriente della cernia.

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