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Con Bobo Rondelli nella Livorno di notte, i suoi nuovi versi nella città perduta -  Le foto

Con Bobo Rondelli nella Livorno di notte, i suoi nuovi versi nella città perduta - Le foto

Livorno, viaggio col cantautore tra poesia, ricordi, nostalgia e le citazioni di Tenco e "Amici Miei": "La mia adolescenza sul Pontino, i concerti al Cave, le serate in auto ad ascoltare Tom Waits. Prima da Shangai si vedevano le Hawaii ora le parabole di Sky..."   

LIVORNO. Bobo Rondelli ha smesso di fumare, «almeno da quattro giorni» e ride mentre lo dice; si concede un paio di bicchieri di vino in tutta la sera e sì, qualche parolaccia gli scappa ancora. In principio usava Mario Cioni per raccontare i mali del mondo, ora il suo alter ego teatrale si chiama Moravio: vecchio, romano e intollerante verso gli stranieri. «Stiamo diventando cattivi», spiega spostando il ciuffo e grattandosi il pizzetto da moschettiere. L’uomo che aveva picchiato la testa prima di inabissarsi tra le sirene, a 53 anni si muove ancora timido per la città a bordo di una Fiat Punto grigio metallizzato.

«Senti - dice sbloccando il cellulare e cercando tra i file audio salvati mentre ciondola per il quartiere Venezia - questa è la nuova canzone che ho scritto, ma la devo ancora sistemare, diciamo che è una prova». Gracchia lo smartphone. Ma si sente che il brano parla di Livorno, tramonti, colori, pigrizia e accoglienza. Dentro ci sono note di una dolce nostalgia che somiglia tanto alla sua: “Bella Livorno” è svanita, ma Bobo resta qui. «Non mi piace mica tanto», aggiunge senza arrivare al ritornello dopo aver canticchiato la prima strofa a voce bassa.

Gli alberi della Fortezza Nuova lucidano la Luna. Non piove a Livorno, ma tira vento e qualche atleta dal sorriso stanco è a caccia di briciole di divertimento in un giorno senza festa. «Da piccolo - va avanti chiudendo il capitolo sull’album che verrà - invidiavo i ragazzini che abitavano nella Fortezza, dentro alle baracche. Erano gli anni Settanta. E lo sai perché? Per quelle avventure notturne che potevano vivere in mezzo a tutti quei tunnel, quei cunicoli bui, e quelle terrazze infinite. Chissà quante storie, quanti mostri da combattere e battere». La Venezia è sdraiata davanti allo sguardo del cantautore che nei testi cita Gianni Rodari e Piero Ciampi, la casa natale del secondo è a pochi metri da qui. «Nessuno lo dice, ma guarda la bellezza di questo posto, per me è meglio di Amsterdam. Da queste strade è passata la Storia. Laggiù - e indica il carcere dei Domenicani - è stato rinchiuso Sandro Pertini, più avanti, al teatro San Marco, Antonio Gramsci ha fondato il Partito Comunista e ora ci sono soltanto una targa e una bandiera rossa scolorita e sgualcita».

Il cucchiaio di marmellata che lo riporta indietro nel tempo lo manda giù una decina di metri più avanti, dove i Fossi si allargano, al confine tra la Venezia e il Pontino. «L’adolescenza l’ho passata qui - ricorda scattando una delle foto che pubblichiamo in alto nella pagina - da piccoli noi del Pontino ci divertivamo a rubare le bandiere ai rivali della cantina del Venezia. In due, in sella a un “Ciao”. Una volta mi venne in mente di rubare una bandiera italiana. Mi attaccai per strapparla, ma non veniva giù, mi attaccai più forte, il gancio al quale era fissata si staccò e spaccai la luce di un lampione. Scappammo pensando che ci avrebbero arrestato. Per giorni ebbi paura che mi potessero venire a prendere. Ora i giovani non hanno più paura. Ho una figlia di 18 anni e un figlio di 14. La più grande l’anno scorso si è trovata fuori da un locale in mezzo a una rissa. Una ragazzo ha preso un cric e lo ha spaccato in testa al rivale. Roba da non credere».

Le sue notti di adolescente sono un viaggio senza ritorno dentro un’auto parcheggiata nel quartiere Shangai ad ascoltare Tom Waits. «Dalle case degli operai un tempo si potevano vedere le Hawaii - prosegue citando un suo testo - ora si vedono solo le parabole di Sky». All’età della ragione le notti degli eccessi sono finite, chiuse in soffitta. «Ho smesso con le sigarette per continuare a cantare e la sera spesso resto a casa. I miei vent’anni sono legati a piazza Cavour: facevamo i guappi sulle spallette la sera, e poi a suonare in due posti che ora hanno chiuso Zeba Ugo e il Cave».

È per quel senso di nostalgia che l’unico locale, a parte il ristorante dell’amico Piulle, per il quale interrompe la camminata è La Sentina, sugli Scali delle Cantine, dove ancora si suona dal vivo. «Bobo, Bobo quando vieni a sonà?», gli domanda un ragazzo all’uscio. Perché Il Rondelli per i livornesi è quello che sona la ’itarra da Calignaia a via dell’Oriolino.

«Livorno è così, puoi fare qualsiasi cosa, essere un luminare ma per la gente rimani sempre lo stesso, un signor nessuno. E questo è il suo bello, ti fa restare sempre con i piedi per terra», risponde imbarazzato. Poi per spiegarsi meglio cita una scena di “Amici Miei”. «Quando muore il Perozzi la moglie dice che non verserà nemmeno una lacrima perché il marito non era nessuno. Il conte Mascetti le risponde più o meno così: “Nella vita non bisogna mica essere qualcuno per forza”», dice imitando Ugo Tognazzi.

Quando anche i lampioni sbadigliano è tempo di bilanci. «Luigi Tenco scriveva che la speranza è un’abitudine e io dico che si fa bene l’amore solo quando si è innamorati, avere tutto uccide i sogni e l’artista deve stare tra la gente». Poi la luce del mattino fa disegni contro il muro, noi al risveglio dopo il viaggio nella città perduta di Bobo abbiamo trovato sul cellulare un pensiero firmato Rondelli.

«Livorno mio far nulla/serena rinuncia/ di rovina materna/fottiti mondo/ da qui non ti sento, respiro/ sott’acqua/ meglio il tuo limbo/che il paradiso o l’inferno/ dei tuffi nel cielo/in mare son meglio/senza il rumore/di gente che corre/a scappar dal morire/per stare più in alto/ma dietro al potere/il tempo è più breve/ meglio in un bar/a sentire le storie/che volano in aria/e non ne resta memoria / una musica al vento/lontano che suona».

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