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Colline avvelenate: le terre dei fanghi da Eldorado “bio” a incubo tossico

A Peccioli la maggiore concentrazione di spandimenti su terreni che producono grano destinato alle farine

PECCIOLI. Un contadino ara la terra con il trattore, sollevando una nuvola di polvere gialla. Dietro, la collina scende e poi risale scottata dal sole di mezzogiorno. «Vedete laggiù, quel tratto più marrone degli altri?», dice indicando un pezzo di campo scavato da onde di terra secca. «Ecco, quelli sono i fanghi di depurazione. Qui – continua, alzando la voce – sono tutti così i campi: pieni di fanghi, come in nessun’altra parte della Toscana».

Qui è Peccioli, comune piazzato sulla collina che domina tutta la Valdera, lungo la traiettoria che da Pisa porta a Volterra. Filari di cipressi che costeggiano ordinati la carreggiata e tappeti infiniti di campi verdi e poi marroni e poi gialli, stracolmi di balle di fieno che sembra già autunno. Una terra con l’indole dell’agricoltura, questa, dove la Finanza, in collaborazione con la Forestale, ha scovato, dopo tre anni di indagini, riversamenti di fanghi di depurazione inquinati. Qui, come in altri comuni della Toscana (Palaia, Laiatico, Chianni, Pontedera, Crespina, Lorenzana e Fauglia, per quanto riguarda la provincia di Pisa e Montaione, a Firenze), una «ramificata organizzazione criminale» – dicono le forze dell’ordine –, composta da imprenditori e titolari di aziende collegati a imprese gravitanti nell’orbita dei clan dei Casalesi, avrebbero fatto affari con la terra.

Quarantacinque mila tonnellate di fanghi nocivi, sparpagliati in ottocento ettari di terreno, dove viene coltivato prevalentemente grano, che diventa poi farina, che diventa poi pane o pasta o torta, in una “fiera dell’est” finita probabilmente nelle nostre tavole. Il condizionale è d’obbligo dal momento che, come dice spiega Luigi Bartolozzi, comandante provinciale di Firenze della Guardia forestale «l’inchiesta al momento si è concentrata sul traffici di rifiuti; dovremo poi capire la sua influenza nella filiera alimentare». I reati contestati adesso sono attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, truffa ai danni di un ente pubblico e falsità ideologica.

I cittadini sul piede di guerra. Un’inchiesta che è un déjà vu per la popolazione di Peccioli: già nel 2012 era stata aperta un’indagine sullo spandimento di fanghi in Valdera, come costola del cosiddetto scandalo Cermec, società massese di trattamento dei rifiuti. E nel bar di paese, ieri, non si parlava d’altro. «I miasmi si sentono, ma non sono quello il problema: il problema è quello che ci mettono, quello che cresce sopra», commenta un signore sulla sessantina. Occhi azzurri, sorriso ironico di chi sa tutto, ma non vuole dire niente. Nemmeno il suo nome. Da anni lui e altri abitanti portano avanti una battagli contro i fanghi. E non per idealismo. Il comune di Peccioli – fa notare – è quello, in Toscana, con il maggior numero di autorizzazioni a smaltire fanghi nei terreni. Sono interessate circa 900 particelle catastali, per una superficie complessiva di oltre mille ettari. «Perché? Non penserete mica che ci sia la mafia qui, eh?», ironizza, poi si alza e se ne va.

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Cosa sono i fanghi di depurazione? Sono i resti solidi contenuti nelle acque reflue urbane che vengono rimossi dagli impianti di depurazione dopo i vari trattamenti che servono per depurare le acque e poi ributtarle in natura. Questi fanghi sono dei rifiuti speciali e quindi devono essere smaltiti in discarica. Ma (essendo di fatto resti organici) possono essere anche riutilizzati in due modi: o negli inceneritori per il recupero energetico oppure in agricoltura attraverso lo spandimento nei terreni, a mo’ di fertilizzante. Anzi, per un’agricoltura sostenibile sono migliori di quelli chimici. Questi infatti vengono assorbiti dal terreno finendo poi nelle falde e nei corsi d’acqua. I fanghi di depurazione invece possono essere considerati fertilizzanti “bio”. Però, c’è un però. Anzitutto non possono essere utilizzati ovunque: non possono essere utilizzati, ad esempio, a ridosso di abitazioni, dal momento che provocano miasmi insopportabili. Ma, soprattutto, devono essere analizzati e trattati prima di essere buttati in natura, dal momento che possono contenere inquinanti. Ed è proprio quello che qui, secondo le indagini non è stato fatto. La Dc Green, azienda pisana su cui è concentrata l’inchiesta, avrebbe preso i fanghi dalle varie società toscane che gestiscono gli impianti di depurazione e li avrebbe smaltiti nei terreni di alcune aziende agricole – non indagate – senza trattarli. Metalli, idrocarburi e tutto.

Le aziende agricole non sono preoccupate. «Io conosco le persone che sono venute a versare i fanghi nel mio terreno e non credo possano aver fatto quello che gli viene contestato», commenta Mario Carlini, uno dei soci della società Il Colle, con terreni sparsi un po’ ovunque nel comune di Peccioli. Un uomo sulla cinquantina, col fisico di quelli cresciuti a pane e zappa. Si dice all’oscuro di tutto. «Inquinati i miei terreni? Spero ovviamente non sia così e nessuno può dire che lo siano fino a quando l’inchiesta non sarà chiusa». Fa una pausa, guarda i campi oltre la strada. Sulla provinciale passa un camion pieno zeppo di foraggio, lasciando una scia di erba secca dietro. «Abbiamo iniziato da qualche anno a fare questo tipo di agricoltura biologica – riprende quasi melanconico – Stiamo pensando di abbandonare tutto e riprendere con i fertilizzanti».

Gran parte dei suoi terreni sono nella zona Monti, dove è situata un’altra azienda in cui – secondo gli inquirenti – sono stati smaltiti i fanghi non trattati: la tenuta omonima, con 300 ettari di terreno tra campi di olivo e grano e zone pascolo, che il proprietario, Giovanni Querici, da un paio di anni ha deciso di convertire in azienda biologica. «Preoccupato? Perché dovrei esserlo?», commenta seduto attorno a un tavolo nella terrazza di casa, da cui si vedono silenziose le colline di Pisa. «A parte il fatto che sono almeno due anni che non prendiamo più quei fanghi – riprende – ma poi non credo possano essere stati inquinati. È stata la Provincia a dare l’autorizzazione a smaltire». Il sole inizia a calare dietro i pini e in lontanza si sentono gli ultimi trattori a lavoro. Il titolare dell’azienda sembra scocciato, sta per chiudere la conversazione, poi riprende. «Se fossero stati davvero inquinati, perché mai avrei dovuto inquinare proprio i miei terreni?». E poi ci saluta.

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