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Livorno, tutti in piedi: «Verità per il Moby Prince»

Una sedia vuota per ogni vittima in piazza della Repubblica. Il sindaco Nogarin: «La città chiede giustizia»

LIVORNO. Centoquaranta sedie in Piazza della Repubblica. Vuote. Centoquaranta sedie come le vittime di una strage. Vittime dell'omertà. Vittime dello Stato. Mancano solo trenta giorni a quel maledetto 10 aprile che nel 1991 strappò via figli, fratelli e genitori ai propri cari nel rogo del Moby Prince. Centoquaranta sedie coi nomi e l'età delle vittime, avvolte dal silenzio. Un silenzio che non si nasconde dietro al buonismo, al permissivismo e dietro al perdono facile. Un silenzio di rabbia e di lotta. Scende nuovamente in piazza il coraggio delle famiglie per scoprire la realtà; scavare a fondo, smuovendo le posizioni comode di chi "deterrebbe" il potere, per arrivare alla verità. «Nessun colpevole»: è l'amara consapevolezza che continua a leggersi nei volti dei presenti.

140 sedie vuote a Livorno per ricordare le vittime della Moby Prince Il 10 aprile di 25 anni fa la tragedia della Moby Prince, il traghetto incendiatosi al largo del porto di Livorno in seguito alla collisione con la petroliera Agip Abruzzo. In quel rogo morirono 140 delle 141 persone a bordo della nave. In vista del 25esimo anniversario, in piazza della Repubblica di Livorno, le associazioni delle vittime hanno messo 140 seggiole vuote: da un altoparlante i nomi delle vittime del più grande disastro della marina civile italiana. A ogni nome un cittadino si è seduto su una delle sedie. Presente anche il sindaco di Livorno Filippo Nogarin. VIDEO DI ANDREA LATTANZI

«Queste sedie rappresentano le vittime che attendono ancora giustizia. - commenta Loris Rispoli - Rappresentano i venticinque anni di dolore dei familiari. Rappresentano la sfida ad una magistratura che anche davanti ad una commissione d'inchiesta ha dimostrato di non voler dare la verità sulla vicenda». Rispoli fa riferimento ai giudici D'Onofrio, Sammarco ed al magistrato Cardi: «Credo che due giudici ed un magistrato che si avvalgano della facoltà di non rispondere di fronte ad una richiesta di testimonianza sia una negazione del nostro diritto. Ed oggi, essere qua con indosso questa maglietta e portare il messaggio "Io sono 141" vuol dire che noi, cittadini di questo paese, dopo 25 anni reclamiamo ancora giustizia e verità».

Omertà è la parola chiave della giornata. «Punto il dito contro le istituzioni che quella sera dovevano indagare e che invece non lo hanno fatto - ammette Angelo Chessa, figlio del comandante del Moby Prince - E si evince dai due giudici che non hanno voluto rispondere, e ciò in un paese civile è inammissibile; fatto aberrante che a noi familiari, dopo venticinque anni, fa incazzare».

Tra i presenti volti istituzionali come il sindaco Bacci, l'assessore Fasulo, il consigliere regionale Gazzetti ed il sindaco Filippo Nogarin che commenta: «È un cammino di dignità nel voler ricevere risposte. La città c’è e vuole la verità. Tutti chiediamo perché». Per dare senso alla frase "Io sono 141", mentre Rispoli e Chessa leggevano l'elenco di nomi delle vittime, mano a mano i cittadini si sono messi dietro alle sedie; perché questi non rimangano solo vittime, ma parte di una lotta comune per la verità.

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