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Colpì una manifestante con la radio nella carica in piazza Cavour, ispettore di polizia condannato

Livorno, ammenda di 300 euro per lesioni colpose in piazza Cavour. Il giudice ha modificato il capo d’imputazione, riconosciuti anche tremila euro di danni a Palmina Federico. Il difensore annuncia: faremo appello 

LIVORNO. Primo dicembre 2012. Palmina Federico, 46 anni, è una sagoma con i capelli biondi che corre da una parte all’altra di piazza Cavour mentre la polizia carica una cinquantina di manifestanti nel tentativo di disperderli. Tra questi c’è anche il figlio della donna, Daniele Lanari, che inveisce contro gli agenti. Si sentono urla, bandiere che sibilano e scarpe che corrono. Quando la signora si avvicina al figlio, caduto a terra, parte un primo colpo che colpisce in faccia la quarantaseienne, poi un’altra botta arriva contro la schiena. E le urla: «Vergogna, la pagherete tutti».

A distanza di oltre tre anni da quella aggressione che ha innescato la reazione del giorno successivo con la manifestazione degli antagonisti che si è conclusa con il cosiddetto assalto alla prefettura , quei due colpi si sono trasformati in una sentenza di condanna nei confronti dell’ispettore di polizia Basilio Curasì 54 anni, allora in servizio alla questura di Livorno, riconosciuto come colui che ha aggredito la donna la seconda volta, colpendola con una radiolina.

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È stata invece archiviata, in sede di udienza preliminare, la posizione del collega che aveva ferito al naso la donna. «Lo ha fatto nell’esercizio delle sue funzioni», è stata, in sintesi, la motivazione. Il giudice Carlo Cardi nella sentenza letta poco prima delle 17 di martedì 12 gennaio, ha però riqualificato il reato nei confronti dell’ispettore condannato: da lesioni aggravate, dunque volontarie, a lesioni colpose. «Ha riconosciuto - spiegano dopo la lettura del dispositivo avvocati e pubblico ministero - un elemento psicologico. L’agente ha agito, sbagliando, pensando a una legittima difesa».

Ecco da dove nasce la sentenza che ha escluso le aggravanti dell’arma e della funzione di pubblico ufficiale. Un’interpretazione che ha dato origine alla condanna: ammenda di 300 euro a cui vanno aggiunti 3mila euro di danni nei confronti della donna che si era costituita parte civile, e il pagamento delle spese legali, quantificate in 1400 euro.

«Sono soddisfatta», le uniche parole che Palmina Federico pronuncia, vicina al suo legale, Manuela Demurtas, al termine dell’udienza. Annuncia invece andare in appello, lette le motivazioni che saranno depositate in quindici giorni, l’avvocato dell’agente, Massimo Gambacciani. La ricostruzione di ciò che è avvenuto la sera di sabato primo dicembre è andata in scena nella requisitoria del pubblico ministero Fiorenza Marrara che aveva chiesto per Curasì la condanna a cinque mesi.

«L’agente - ha detto il magistrato - ha colpito con una radio di ordinanza Palmina Federico. La donna aveva visto il figlio nella manifestazione e pensando che fosse in pericolo ha cercato di proteggerlo. Nella carica di alleggerimento c'è stato un primo colpo e poi un secondo, quello di cui discutiamo». L’ispettore è stato riconosciuto dai filmati e in sede di interrogatorio ha ammesso di essere il responsabile.

«Quel giorno - ha spiegato il pm - l’agente era autista del dottor Francesco Zerilli e doveva assistere il dirigere tenendo i contatti radio. Il punto centrale è che la radio non doveva essere utilizzata per sferrare un colpo volontario e non casuale nei confronti di nessuno. E non è una discriminante - precisa - il fatto di aver svolto il proprio dovere: doveva esserci un ordine legittimo e non c’è stato». Di più dice il magistrato: «È evidente che non era comandato ad aggredire la signora e ad uscire dal suo ruolo di autista. Ecco perché non sussiste l’adempimento del dovere e nemmeno la legittima difesa».

Un’interpretazione contestata dall’avvocato Gambacciani. «Nella concitazione del pubblico ministero - è stata la replica - ci sono fatti che non sono stati presi in considerazione. Ci sono circostanze esimenti che il legislatore ha applicato affinché non ci sia interesse a procedere. La prima: le lesioni non ci sono, non c'è un certificato medico, che invece parla di un primo colpo al naso per il quale c'è stata una archiviazione». L’avvocato ha poi contestato, citando Pirandello, l’attendibilità dei testi. «La signora e il compagno hanno seguito il corteo già da prima. Se diciamo che le lesioni ci sono state diamo credito a chi ha detto il falso».

Poi sul comportamento del suo cliente: «È insopportabile sentire che la funzione di Curasì fosse solo di autista. Era anche addetto anche alla tutela del dirigente. Si tratta di verificare se abbia superato i limiti di un'azione di copertura al suo mandato. Da genitore - ha aggiunto - capisco l'istinto della madre per difendere il figlio. Ma in questo processo si è fatto di un topolino una montagna». Che ha partorito una sentenza a metà.

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