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Strangolò la moglie: condannato a 8 anni, tra le attenuanti c'è anche la provocazione

Livorno, si è concluso il processo per il delitto di Colline. La sera del 30 marzo 2014 Mauro Signorini uccise la moglie Carla Barghini, 73, con un laccio per le scarpe nella loro casa. Lei voleva separarsi

LIVORNO.C’è anche la provocazione tra le tre attenuanti che il giudice ha riconosciuto a Mauro Signorini, 84 anni, marito assassino, condannato con rito abbreviato a otto anni di reclusione per l’omicidio della moglie Carla Barghini, 73. Si è chiuso così - in un clima di tensione dove l’imputato è uscito dal Tribunale protetto dal figlio - il processo per il delitto di via Lorenzini, quartiere Colline.

Era la sera del 30 marzo di un anno fa, quando l’ex elettricista in pensione - in preda all’ira - sfilò il laccio di una scarpa e all’apice dell’ennesima lite strangolò la donna con la quale era sposato da 54 anni nella loro camera da letto. Dopodiché chiamò proprio il figlio che abita a Roma per dare l’allarme prima di tentare di togliersi la vita, senza però riuscirci. Nel dispositivo letto dopo oltre tre ore di camera di consiglio dal giudice Ottavio Mosti, oltre alle attenuanti generiche, non si fa riferimento a nessuna misura cautelare interdittiva nei confronti dell’imputato, come ad esempio il trasferimento in un ospedale psichiatrico. Dunque l’84enne, in attesa di un eventuale appello, resterà nella sua casa dove ha l’obbligo di dimora.

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Strangolata dal marito con un laccio delle scarpe

Un uomo di 82 anni ha ucciso la moglie settantatreenne in un palazzo a Colline al termine di un litigio. Sembra che lei fosse intenzionata a chiedere la separazione. La donna è stata trovata senza vita dai soccorritori sul pavimento della camera da letto. L'uomo ha confessato il delitto ed è stato arrestato

Adesso per capire meglio e più a fondo il senso della scelta dell’attenuante della provocazione e  comprenderne la base giuridica, sarà necessario aspettare 90 giorni, quando saranno depositate le motivazioni della sentenza.  Ecco perché, al momento, è solo possibili fare delle congetture sulla costruzione della sentenza. Soprattutto ripercorrendo sia il delitto, che le motivazioni che furono date dall'uomo durante il lungo interrogatorio con i carabinieri dopo il ritrovamento del cadavere. Ma anche attraverso i risultati delle perizie psichiatriche a cui è stato sottoposto l’anziano, e le sette udienze che hanno preceduto la sentenza.

Gelosia assassina. All’indomani del delitto, il primo a parlare di un omicidio legato alla gelosia fu il nipote della vittima. «Lo aveva detto chiaro e tondo - raccontò Nicola Barghini riferendosi a una conversazione di pochi giorni prima - voleva venire via da quella casa e da quel marito perché “lui prima o poi mi ammazza”. Purtroppo la zia aveva ragione…».  Dal racconto del nipote emerse un rapporto talmente burrascoso da diventare un inferno dal quale fuggire. «Era andata in un centro che si occupa di violenza sulle donne - raccontò ancora - Le avevano assegnato un’assistente e consigliato un avvocato, una donna, con cui aveva avviato le pratiche per la separazione. Ormai era decisa, non ne poteva più. Voleva separarsi dal marito, vendere l’appartamento di Livorno e tornare a Piombino per vivere in pace il resto della sua vita. Ma non ce l’ha fatta».

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Quell’appuntamento preso con l’avvocato per chiedere la separazione sarebbe dovuto avvenire proprio il giorno successivo all’omicidio. Forse - è anche la certezza degli investigatori - proprio questa paura avrebbe innescato la furia del marito che evidentemente dopo oltre mezzo secolo di matrimonio non aveva nessuna intenzione di accettare la separazione. «Si era confidata, sfogata dopo una vita d’inferno. Noi non immaginavamo. Per tutti lei e mio zio erano una coppia normalissima, anzi una coppia modello. Invece il marito, lo abbiamo saputo dopo, era accecato dalla gelosia. Soltanto ora mi spiego per quale motivo non avessero amici e non frequentassero nessuno all’infuori della ristretta cerchia familiare».

Perizie su perizie. Quello che si è chiuso mercoledì 20 maggio è stato un processo fatto soprattutto di perizie. Nell’ultima, chiesta dal giudice, è emerso che Mauro Borghini: «è parzialmente capace di intendere e volere e l’omicidio della moglie è stato un delitto d’impeto, non premeditato. In ogni caso è imputabile» . Nell’udienza successiva, andata in scena a metà aprile, il pubblico ministero Daniele Rosa aveva chiesto per l’imputato una pena complessiva a dieci anni di reclusione.

Il pm pochi minuti dopo la lettura del dispositivo spiega come «si dovrà aspettare le motivazioni per valutare la scelta del giudice, soprattutto per quello che riguarda l’attenuante della provocazione l’interpretazione dell’infermità». Molto probabilmente con le motivazioni in mano la Procura deciderà e se fare appello, anche se l’idea sembra quella di non impugnare la sentenza.

Nessun commento, invece, da parte degli avvocati difensori dell’imputato e nemmeno dai suoi familiari. Così l’ultima immagine di questa vicenda è quella di un gruppetto di persone che si allontana dal tribunale in silenzio e di un anziano che si guarda alle spalle.

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