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Il saluto fascista allo stadio non è reato: provocazione, non minaccia lo Stato

Livorno, ecco le motivazioni che hanno portato il giudice ad assolvere i quattro ultrà del Verona: alle manifestazioni sportive non si fa propaganda politica

LIVORNO. Il saluto fascista allo stadio non è reato, si tratta al più di una pessima provocazione nei confronti della tifoseria rivale, poiché i santuari del calcio «non sono i luoghi deputati alla propaganda politica». E in un contesto del genere quel gesto - seppur deprecabile - «non mette a repentaglio la democrazia e la Costituzione» del Paese, e soprattutto «non determina - come invece prevede la legge - un pericolo concreto e attuale alla diffusione e alla pubblicazione di idee discriminatorie e violente che possano pubblicizzare un tentativo concreto di raccogliere adesioni a un progetto di ricostituzione del partito fascista». Soprattutto se di fronte ci sono tifoserie politicamente opposte.

Sono questi alcuni dei passaggi chiave delle motivazioni alla sentenza con la quale il 6 marzo scorso il giudice Angelo Perrone ha assolto perché «il fatto non costituisce reato», Giovanni Andreis, 23 anni, Andrea Morando, 38, Federico Ederle, 45, e Sebastiano Zamboni, 25. I quattro ultrà scaligeri che il 3 dicembre 2011 durante il match di cartello del campionato di serie B tra Livorno e Verona vennero pizzicati dalle telecamere e poi identificati dalla Digos mentre facevano il saluto romano all’ingresso dello stadio Picchi.

È da questo episodio che nasce l’inchiesta del pubblico ministero Alessandro Crini e poi il processo nel quale agli ultras è stato contestato di avere infranto la legge Mancino del 1993 e non la legge Scelba che invece punisce l’apologia del fascismo. In questo preciso caso, infatti, vengono «sanzionati e condannati, azioni e slogan legati all'ideologia nazifascista, e aventi per scopo l'incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali».

Ora, come annunciato all’indomani della lettura del dispositivo toccherà - motivazioni alla mano - alla Procura decidere se impugnare o meno la sentenza . Ma per capire la radice della decisione che ha già fatto indignare e discutere, è necessario partire dalla configurazione penale del reato di una sentenza, destino beffardo, depositata la mattina del primo di aprile, ma su cui non c’è nulla da ridere.

«Gli imputati - scrive il giudice - sono certamente tra coloro che hanno compiuto quel gesto». Dunque non si discute la responsabilità soggettiva. Bensì, «la questione - prosegue - è valutare se, da un punto di vista giuridico, i fatti come descritti e provati, integrino i presupposti necessari alla configurazione della fattispecie contestata».

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La premessa riguarda il quadro storico e normativo della legge Scelba prima e della legge Mancino poi . Entrambe hanno come fondamento la tutela «rispetto al concreto pericolo di una effettiva riorganizzazione di movimenti come il partito fascista».

Ecco perché «ai fini della sussistenza del reato è imprescindibile che il comportamento censurato determini un pericolo concreto e attuale riproposizione di quei movimenti in tutte le sue forme: proselitismo, propaganda, adesione politica, riorganizzazione». In sintesi: non è il gesto in sé a essere punito, ma la sua attitudine alla diffusione e alla pubblicazione di idee discriminatorie e violente.

Nel caso in esame il saluto romano si è collocato all’interno di una manifestazione di carattere sportivo da parte dei tifosi ospiti. «Due elementi che fanno dubitare fortemente che il gesto sia stato idoneo a pubblicizzare idee violente e discriminatorie. E che sia stato finalizzato alla ricerca di consensi e che abbia avuto concrete possibilità di raccogliere adesioni». Visto che «la manifestazione sportiva non è il luogo deputato a fare opera di propaganda politica», a differenza di cortei, comizi e manifestazioni di piazza. Anche se la manifestazione sportiva «ha proprie connotazioni e scopi, anche se non si può escludere a priori che possa essere strumentalizzata ad altri fini».

Nel caso specifico «si è trattato di gesti a margine dell’incontro, collaterali rispetto all’evento». In secondo luogo «si tratta di un gesto fatto da un gruppo di ultras in trasferta nei riguardi dei tifosi della squadra di casa». Pochi i primi, molti i secondi e per di più «di opposto orientamento». In una sproporzione numerica che di fatto «finisce per classificare il gesto come pessima provocazione rispetto all’efficace sollecitazione di una adesione a ciò che quel gesto simboleggia storicamente».

Secondo il giudice poi, anche il tempo trascorso rispetto al periodo fascista è un deterrente al concreto tentativo che il saluto romano possa, oggi in uno stadio, essere «un metodo per raccogliere adesioni a un progetto di ricostituzione».

È in questo contesto che il «proselitismo discriminatorio - per mettere in pericolo una democrazia rinsaldata dall’esperienza di anni - debba necessariamente avere caratteristiche più consistenti di quelle che si potevano immaginare alla nascita dello Stato in condizioni oggettivamente più precarie. Perciò - è la conclusione - la minaccia rappresentata dall’evocazioni del passato richieda, se valutata nell’oggi, una robustezza cresciuta nel tempo per essere apprezzata negativamente in sede penale, diversamente da quanto è stato possibile riscontrare nel caso concreto»


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