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«Affondati da un sottomarino», racconto choc del sopravvissuto

Al processo sulla tragedia di Vada dove morirono due persone parla Roberto Caddeo: ci siamo incagliati e non riuscivamo più a liberarci

LIVORNO. «Siamo stati trascinati a fondo da una forza enorme. Io non ho le prove. Ma ci ho pensato per settimane, ho parlato con i vecchi marinai. E sono arrivato alla conclusione che il peschereccio Santa Lucia II sia stato tirato a fondo da un sommergibile. Sì, un sommergibile al quale eravamo rimasti attaccati con i divergenti delle reti a strascico. Solo così è possibile spiegare il macello che è successo sulle secche di Vada in una giornata di bonaccia come quella».

Roberto Caddeo, 50 anni, professione pescatore, è l’unico superstite del naufragio di Vada, la tragedia avvenuta la mattina dell’11 gennaio 2012 nella quale hanno perso la vita Silverio e Davide Curcio rispettivamente proprietario e comandante della Santa Lucia II. Mentre racconta i momenti in cui il peschereccio si è ribaltato prima di colare a picco, a 70 metri di profondità, chiude gli occhi.

Al processo che si è aperto al tribunale di Livorno davanti al giudice Angelo Perrone, l’unico imputato con l’accusa di omicidio colposo è Agostino Mennella, 49 anni, legale rappresentante della Cooperativa Pescatori “Azimut” della quale faceva parte l’imbarcazione naufragata. Le accuse nei confronti dell’armatore riguardano presunte irregolarità nell’attuazione del piano di sicurezza a bordo.

Eppure l’ipotesi del sommergibile era stata ventilata anche nei giorni

successivi al naufragio, ma non era mai stata confermata, tanto che il perito nominato dalla Procura nella relazione ha scritto che si è trattato di un problema di sicurezza, perché «il piano non avrebbe disposto le procedure da attuare a bordo nel caso l’imbarcazione si fosse incagliata».

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