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«In quella casa da anni la vita era un inferno»

Un nipote rivela: solo qualche mese fa Carla Barghini aveva raccontato il dramma che si consumava per la gelosia di suo marito Mauro Signorini

PIOMBINO. «Lo aveva detto chiaro e tondo, voleva venire via da quella casa e da quel marito perché “lui prima o poi mi ammazza”. Purtroppo la zia aveva ragione…».

Chi parla, con la voce rotta dal dolore, è Nicola Barghini. E’ il nipote di Carla Barghini, la donna strangolata dal marito Mauro Signorini.

Nicola vive e lavora a Piombino. In passato ha gestito il bar Cristallo, ora è operaio alla Lucchini.

La famiglia Barghini è originaria di Rio Marina. Carla aveva lasciato l’isola d’Elba dopo il matrimonio. A Piombino invece si era trasferito il fratello, il padre di Nicola.

«Mia madre considerava zia Carla una sorella - spiega Nicola Barghini - Si volevano molto bene, c’era un legame forte, diventato ancora più stretto alla morte di mio padre. Eppure soltanto negli ultimi tempi la zia ci aveva rivelato tutto».

Tutto cosa?

«Si era confidata, sfogata dopo una vita d’inferno. Noi non immaginavamo. Per tutti lei e mio zio erano una coppia normalissima, anzi una coppia modello. Invece il marito, lo abbiamo saputo dopo, era accecato dalla gelosia. Soltanto ora mi spiego per quale motivo non avessero amici e non frequentassero nessuno all’infuori della ristretta cerchia familiare».

Quando ha saputo della tragedia?

«Ci ha telefonato una cugina che abita a Piombino. Lei è stata avvertita. Noi no. La conferma l’abbiamo avuta stamani (ieri, ndr) dal sito del Tirreno. Quando sono andato a leggere sono rimasto impietrito. Mia madre è ancora in casa, sotto choc».

Quando è stata l’ultima volta che ha visto o sentito sua zia?

«L’ho sentita venerdì al telefono. Era impaurita. Era arrabbiata con il marito e si sentiva sola, abbandonata».

E quando si sarebbe confidata con voi la prima volta?

«A gennaio. Quel giorno avevo accompagnato mia madre per un controllo all’ospedale di Pisa e, rientrando, eravamo andati a trovare la zia a Livorno. Era diversa. Fino ad allora non aveva mai detto niente sul conto del marito e sul loro rapporto. Ma si vede che era giunta al limite. Quel giorno si aprì per la prima volta. Ci disse che il marito era sempre stato geloso in un modo ossessivo, qualsiasi pretesto era buono per litigare. Ci raccontò di essere stata anche picchiata in passato, al tempo in cui abitavano a Rosignano Solvay».

Questo riguardava il passato. Ma in quei giorni cosa era successo?

«Ci disse che negli ultimi tempi, malgrado fossero entrambi avanti con gli anni, la situazione era addirittura peggiorata. Zia ci diceva che lui la trattava male continuamente, che rivangava episodi avvenuti o non avvenuti trenta-quarant’anni prima. Sempre discussioni generate dalla gelosia di lui. La vita in casa ormai per lei era diventata impossibile. Ci raccontò anche un episodio avvenuto in quei giorni, anzi durante una notte. Un episodio di violenza. Fatto sta che finalmente si decise a chiedere aiuto».

A voi?

«Anche. Ma mio zio si faceva sempre negare al telefono quando lo cercavo. E anche il loro figlio, mio cugino, vive a Roma e non mi risulta che sia mai intervenuto».

A chi altri si era rivolta?

«Era andata in un centro che si occupa di violenza sulle donne. Le avevano assegnato un’assistente e consigliato un avvocato, una donna, con cui aveva avviato le pratiche per la separazione. Ormai era decisa, non ne poteva più. Voleva separarsi dal marito,

vendere l’appartamento di Livorno e tornare a Piombino per vivere in pace il resto della sua vita. Ma non ce l’ha fatta».

Lei ora cosa pensa di fare?

«Mi costituirò parte civile al processo. Perché non è un raptus quello che ha ucciso mia zia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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