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Il museo nascosto alla città da 30 anni

La collezione civica raccoglie i più importanti autori d’arte contemporanea, non sono esposti dal 1984

LIVORNO. Tanti livornesi non sanno neanche della sua esistenza. Eppure basta andare sul web, nella rete civica del Comune (http://pegaso.comune.livorno.it/mvirtuale/index.html), per scoprire che Livorno possiede una collezione d’arte contemporanea invidiata da molte città italiane.

Mario Schifano, Emilio Vedova, Piero Manzoni, Alberto Burri, Lucio Fontana, Emilio Isgrò, Concetto Pozzati, Emilio Tadini, Ugo Nespolo, Fausto Melotti, Piero Fogliati, Gianfranco Baruchello, Giulio Paolini... Sono solo alcuni degli artisti che fanno parte della collezione civica del Museo Progressivo di Arte Contemporanea, rimasto aperto tra il 1974 e il 1984 a Villa Maria.

Eppure, al di là del tentativo della Sala Rossa del Museo Fattori - dove dal 2010 è ricomparso il Grande Rettile di Pino Pascali, “sorvegliato” da opere di Castellani, Scheggi, Radice, Ballocco - in città non esiste un percorso per ricostruire filologicamente questa collezione anni 50-70 che, dai magazzini dei Bottini dell’Olio (dove sono in corso i lavori) è da poco stata trasferita nell’edificio dei Granai di Villa Mimbelli, il più importante spazio espositivo livornese: non in mostra ma sempre imballata. Poche volte è stata riproposta in città: nel 1999, in occasione della mostra “Il Grande Rettile e gli altri” e in maniera parziale, con opere di artisti di oggi, nel 2010, per la collettiva “Oltre il Grande Rettile”.

Sempre al Museo Fattori. Finite le esposizioni, di nuovo in cantina.

Una soluzione definitiva arriverà, forse, nel 2014, con la fine dei lavori Piuss per il recupero del complesso Bottini dell’Olio-Luogo Pio, destinato a Polo Culturale. Ai lati della chiesina sconsacrata, da tempo spazio espositivo per installazioni contemporanee, dovrebbero essere ricostruite due sale per ospitare le opere del Premio Modigliani e del Museo Progressivo di Arte Contemporanea.

Ma del progetto scientifico e di chi lo curerà non si sa ancora niente. Antonio Bertelli, dell’associazione culturale React, ha visto recentemente alcuni pezzi della collezione alla mostra “I grandi assenti”, nella Galleria Comunale d'Arte di Cagliari: le opere sono state prestate dal Comune per una collettiva sugli “assenti” della collezione Ingrao.

«Sono lavori interessanti, che mettono in luce il rapporto arte/politica di quel periodo e meritano di essere esposti, restituiti alla città e ricontestualizzati - spiega Bertelli - Purtroppo Livorno negli ultimi vent’anni non ha valorizzato in generale la cultura: manca una progettualità. Per questo la prima cosa da fare è capire quale identità, quale specificità didattica dare all’area contemporanea del Museo della Città. Quel che conta è la qualità, la continuità, la professionalità, l’apertura mentale del progetto. Sarebbe poi importante mantenere l'idea del museo in progress».

«La collezione del museo progressivo - ricorda Dario Matteoni, direttore del Museo Nazionale di Palazzo Reale e del Museo di San Matteo a Pisa - è interessante, storicizzata. Purtroppo, tutto terminò con la vicenda triste delle false teste Modigliani e, alla fine, il progetto fu smantellato».

«La speranza – continua Matteoni – è che l’idea di riproporre la collezione nel Museo della Città in costruzione corra di pari passo con ipotesi scientifiche e gestionali di livello. Altrimenti si correrebbe il rischio di provincialismo e scarso successo. La collezione ha bisogno di una commissione di alto profilo e di un giovane curatore di respiro nazionale, capace di trovare un filone innovativo. Esporre come è stato fatto per la Sala Rossa del Museo Fattori non basta a fare un museo: serve un'azione critica. Una buona idea sarebbe creare una rete con altre realtà contemporanee. Certo, servono soldi e mi chiedo se chi ha pensato il progetto ne sia consapevole o se sia accontentato di creare ipotesi di basso profilo». Anche Fabrizio Giraldi, gallerista, sottolinea l’importanza di una collezione «realizzata con le donazioni di importanti artisti. Se quell’operazione fosse proseguita - commenta - Livorno oggi sarebbe un polo artistico contemporaneo tra i migliori in Italia. Oggi è importante riportare alla luce questa collezione e il nuovo museo potrebbe essere un'opportunità. Bisognerebbe però proseguire la raccolta dal punto in cui è stata interrotta, anche solo con qualche personaggio chiave di ogni decennio, per offrire maggiore capacità di comprensione. Se si ricollezionasse senza ricucire questo buco storico, potrebbero crearsi danni per le opere storicizzate ma anche per i giovani artisti di oggi. Nell'attesa che il Museo sia pronto poi sarebbe utile preparare una rappresentazione dignitosa, restaurare i pezzi, diffondere e comunicare le opere...».

Interviene anche Paolo Batoni, ideatore del Premio Combat, concorso dedicato all’arte contemporanea: «Ben vengano nuove iniziative e spazi espositivi per la collezione livornese. Questo però non deve far decadere l'idea che il contemporaneo è un progress e che quindi la collezione, invidiata da molte città, va portata avanti, come si faceva col Premio Modigliani, a cui il Combat guarda. L'importante, in ogni caso, è che la collezione non sia letta con una visione locale. E poi non dobbiamo dimenticarci di una struttura importante, già esistente, come i Granai di Villa Mimbelli, che deve essere valorizzata».

Conclude Flavio Pannocchia, che si occupa d'arte contemporanea e design: «Con la chiusura del Museo Progressivo è stato distrutto l'unico luogo livornese dedicato all'arte contemporanea. Spero che il nuovo Museo possa riportare alla luce la collezione, ma per fare qualcosa d'importante serve anima, passione, sensibilità, coraggio e qualcuno

in grado di portare avanti il museo ad alti livelli. Sarebbe interessante, per esempio, stabilire contatti con il Pecci di Prato. Certo, per ora, tutto fa pensare a una storia di opere invisibili e tesori nascosti, in una città di porto e di pirati».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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