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LA STORIA/SCONTRI DI PIAZZA FRA MILITARI E LIVORNESI

Quei giorni di fuoco nel ’60 La città curò la ferita così

LIVORNO. Difficile che l'episodio al The Cage possa dribblare il richiamo a quel che accadde nei giorni subito dopo la Pasqua 1960: gli scontri in piazza Grande fra i parà e i giovani livornesi....

LIVORNO. Difficile che l'episodio al The Cage possa dribblare il richiamo a quel che accadde nei giorni subito dopo la Pasqua 1960: gli scontri in piazza Grande fra i parà e i giovani livornesi. Difficile, anche se ormai chi ha vissuto davvero quei giorni ha più di settant'anni.

Ma è un paragone da prendere con le molle: bisogna evitare di dimenticare cosa c'era tutto attorno a quella scazzottata livornese (benché sia stata qualcosa di più di un match a suon di pugni). Era il 18 aprile ed erano passati solo 12 anni da quel "18 aprile" che aveva spaccato in due l'Italia fra Fronte Popolare. Questa però è tutt'al più una suggestione simbolica, in concreto l'Italia era in un bailamme politico durissimo e senza governo: a fine marzo '60 nasce il governo Tambroni (contando su una maggioranza di appena tre voti che rende determinante l'appoggio neofascista del Msi) e l'11 aprile è la stessa Dc a costringerlo alle dimissioni dopo averlo messo in pista. Non basta: qualche settimana più tardi, i missini scelgono provocatoriamente di tenere il congresso a Genova e la città eroe della Resistenza si ribella, ne scaturiscono durissimi scontri di piazza (e, pochi giorni più tardi, con le forze dell'ordine che, sparando sulla folla che protesta, uccidono 5 operai comunisti a Reggio Emilia, un disoccupato a Catania, quattro popolani a Palermo, un manifestante a Licata).

Eppure, al tempo stesso, benché il clima fosse ben più incandescente di adesso, in quei giorni la città ce l'ha fatta a non farsi travolgere dalla logica del regolamento di conti sulla base del chi picchia più forte. Anzi, per quanto taluni – tanto in ambiente militare che sul versante del tutto opposto contestino questa interpretazione – nel '67 la Folgore adotterà il basco amaranto come segno di riconciliazione con la città che dell'amaranto, com'è noto dall'inno della squadra di calcio, ha fatto la propria bandiera.

In quei giorni caldissimi della primavera 1960 così come adesso, a distanza di oltre mezzo secolo, la versione più diffusa dice che a far deflagrare la polveriera sia stata la scintilla di un pesante apprezzamento (se non di molestie) da parte di un gruppo di paracadutisti a una ragazza livornese, le cui difese vengono immediatamente prese da giovani labronici. Dalla sponda dei militari c'è chi prova a argomentare che invece i parà erano solo di ronda per contenere i guai provocati dai marinai di un gruppo navale Usa arrivato in porto il Venerdì Santo. Secondo questa versione, già alla vigilia della Pasqua '60 sono i parà a fermare i militari Usa sbronzi che attaccano briga con i livornesi sul Voltone. E anche la famosa storia delle molestie vedrebbe protagonisti marinai statunitensi che avevano alzato il gomito…

L'indomani, martedì, gli uni e gli altri si danno appuntamento in centro per regolare le ruggini: la storia della ragazza importunata ormai non c'entra più, è il clima di scontro che si respira nel Paese a farsi sentire negli scontri fra la città "rossa" e i parà "neri" in libera uscita. Mercoledì, al posto della libera uscita, le autorità militari programmano una esercitazione notturna così da far sbollire gli spiriti (gli scontri però ci sono ugualmente, con “celere” e Arma).

Giovedì 21 da Roma – dove c’è un governo-fantasma mai nato sorretto dalla stampella Msi – arriva l’ok alla libera uscita: anzi, i parà si presentano in centro insieme a ufficiali e sottufficiali. I militari dicono che lo fanno per controllare la situazione, la Livorno rossa invece la prende come una sorta di occupazione del centro da parte dei parà.

Il nostro inviato Aldo Santini l’aveva intuito fin dall’inizio che non sarebbe finita bene: gli era bastavto vedere sull’Aurelia i parà procedere inquadrati militarmente, aveva rievocato sul Tirreno a distanza di tempo. E poi, a un ordine, scatenarsi in centro con i cinturoni come arma per colpire vetrine e persone. E poi i portuali che li affrontano in piazza Cavallotti mentre dalle finestre le popolane rovesciano sui militari tutto quel che capita.

Ci penseranno nei giorni successivi le autorità a evitare guai ulteriorri semplicemente impedendo il contatto: parà in caserma, non “rinchiusi” in castigo bensì “a disposizione per interventi di ordine pubblico”. È bastato per fermare l’incendio.

Nell’ultimo giorno di scontri si sono contati più di 150 fermati. Già questi numeri dicono che non erano quattro ragazzotti scapestrati. Nei guai finirà anche il sindaco Badaloni: «Avevo visto un gruppo di poliziotti che stava sbatacchiando un povero disgraziato, un pugile suonato. Io ne presi le difese,

mi accusarono di aver offeso gli agenti», racconterà al nostro giornale tanti anni dopo. Ne uscì assolto, lo difese la città: al punto che – come ricordava lui – in tribunale «testimoniò in mio favore il prefetto: era il fratello del generale DeLorenzo».

Mauro Zucchelli

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