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Costa Concordia, una tragedia e 32 vittime

E' il 13 gennaio 2012 quando la grande nave da crociera naufraga all'isola del Giglio, mettendo a rischio la vita di oltre 4mila persone. E mentre l'inchiesta ha messo nel mirino il comportamento azzardato del capitano Francesco Schettino, si prepara la maxioperazione di recupero del relitto

Costa Concordia, le immagini inedite della plancia e della nave A cinque anni dalla tragedia, ecco com'erano gli ambienti della nave dopo il naufragio all'isola del GiglioL'ARTICOLO

C’erano Williams e Dayana, padre e figlia imbarcati per un viaggio a lungo atteso e raggiunto a costo di grandi sacrifici. C’era Thomas, che dopo la laurea in antropologia si era imbarcato per guadagnare, ma che aveva giurato di essere al suo ultimo viaggio. C’eranodue fratelli, Pierre e Jeanne, ai quali i familiari avevano regalato il viaggio per farli svagare dopo un grave lutto. E poi Elisabeth e Giovanni, Inge e Maria Grazia e altri 23 nomi da aggiungere al rosario del dolore della Costa Concordia. Trentadue persone che se ne sono andate nella notte fra il 13 e il 14 gennaio nelle acque di fronte all’Isola del Giglio, palcoscenico di una storia rimbalzata in tutto il mondo.

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Il naufragio e i soccorsi. Le 32 vittime della Costa Concordia erano imbarcate insieme ad altre 4.397 persone su una delle navi da crociera più grandi e lussuose. Al momento dello scontro con lo scoglio delle Scole, una formazione rocciosa a poca distanza da Giglio Porto, gran parte dei viaggiatori si trovava nei ristoranti sparsi sui 17 ponti del gigante galleggiante. Sono le 21,42 ma passerà mezz’ora perché il primo allarme arrivi sulla terraferma, grazie alla telefonata di una passeggera alla madre, e trascorrerà ben più di un’ora perché il comandante Francesco Schettino ordini, alle 22,58, l’abbandono della nave. Intanto, a bordo, Williams e Dayana, Thomas e gli altri cercavano di arrivare ai punti di raccolta e poi alle scialuppe: la gestione dell’emergenza e dell’evacuazione da parte dell’equipaggio è uno dei punti sul quale l’inchiesta della Procura di Grosseto dovrà far luce. Ma è certo che in 32 non ce l’hanno fatta, in 32 non sono riusciti a calarsi in mare, in 32 non hanno fatto parte di quello che nelle riprese notturne della guardia di Finanza sembra un esercito di formichine che sta abbandonando il gigante galleggiante ormai trasformato in relitto spiaggiato. Perché la notte del naufragio della Concordia è stata anche una notte di solidarietà, generosità e profughiabnegazione: le qualità dei soccorritori, di quelli "professionali" (vigili del fuoco, protezione civile, capitaneria di porto) e di quelli "spontanei", come gli abitanti del Giglio che hanno aperto le porte delle loro case e dei loro negozi ai naufraghi. O, come nel caso del parroco, che ha messo a disposizione la chiesa come ricovero per chi era imbarcato sulla Costa.

Le cause e l’inchiesta. Non è un lavoro facile quello che attende il procuratore Francesco Verusio e il pool di collaboratori che stanno lavorando sul naufragio. Non per mancanza di materiale: fra documenti, filmati, audio raccolti in questi mesi c’è l’imbararazzo della scelta. Ma da questo a trovare un filo logico che possa “reggere” un’accusa di fronte a un tribunale, la strada è lunga. Di certo c’è che per ora ci sono nove indagati: il comandante Francesco Schettino e il vice Ciro Ambrosio, oltre a quattro ufficiali e a tre manager della Costa. Chiara anche la ricostruzione che l’accusa ha elaborato: il comandante Francesco Schettino si sarebbe avvicinato troppo alla costa del Giglio, nell’intento di effettuare la manovra dell’“inchino”. Lo schianto contro lo scoglio delle Scole avrebbe causato uno squarcio di decine di metri sul fianco di babordo della Concordia: secondo la procura l’urto avrebbe poi portato la nave da crociera a compiere una rotazione di 180 gradi, per “appoggiarsi” vicino alla punta della Gabbianara. Una ricostruzione diametralmente opposta a quella della difesa di Schettino, secondo il quale la manovra di accosto sarebbe stata voluta nel tentativo di salvare i passeggeri. Nel mirino degli inquirenti anche il comportamento di Schettino e della Costa nei minuti successivi allo schianto: secondo l’accusa, infatti, ci sarebbe stato un tentativo di nascondere o quantomeno ridimensionare quanto accaduto, anche nelle conversazioni con la Capitaneria di porto di Livorno. Accuse che per portare a condanne hanno comunque davanti una lunga strada, visto che ancora non sono state chiuse le indagini preliminari.

schetinoI protagonisti. Quella della Concordia è anche (se non soprattutto) una storia di persone. E le persone non sono solo le vittime, o i passeggeri terrorizzati che hanno raccontato le ore di incubo sospesi fra la vita e la morte. Ci sono anche i protagonisti, quelli che a vario titolo hanno fatto il giro del mondo. A partire, ovviamente, dal comandante Francesco Schettino, imputato principe della vicenda e bersaglio prediletto dei media (e non solo: anche David Letterman ne ha parlato nel suo show) di tutto il mondo. Attualmente Schettino è agli arresti domiciliari nella sua casa di Meta di Sorrento, dove ha ricevuto l’appoggio di gran parte dei suoi concittadini ma è stato sostanzialmente “scaricato” dalla sua stessa compagnia di navigazione. E se è vero che a un protagonista non può mancare un antagonista, nella tragedia della Concordia non manca chi incarna quei valori che sarebbero mancati al capitano campano. Il primo nome è quello del capitano Gregorio De Falco, che nella notte del naufragio, dalla sala operativa della capitaneria di porto di Livorno, telefonò a Schettino ordinandogli di tornare a bordo: un audio sentito in tutto il mondo, che ha fatto entrare nel vocabolario comune termini marinareschi come la "biscaggina". Altro personaggio positivo, il commissario di bordo Manrico Giampedroni, che nel caos dell'evacuazione è riuscito a salvare decine di persone, rimanendo ferito in maniera seria. E che - nelle dichiarazioni rilasciate alla stampa subito dopo esser stato "estratto" dal relitto - ha tenuto a precisare di non voler essere considerato un eroe.

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Il recupero e l'allarme ambientale.  Non sappiamo, invece, se gli operai e gli impiegati della Smit-Neri si considerino degli eroi. Certo è che così sono considerati dagli abitanti del Giglio che, quando hanno lasciato l'isola, li hanno salutati con sirene spiegate, applausi dal molo e lenzuola bianche alle finestre. Perché i dipendenti del consorzio livornese-olandese sono riusciti in un'impresa che all'inizio pareva quasi impossibile: svuotare i serbatoi della Concordia delle oltre 2.000 tonnellate di carburante, evitando un disastro ambinetale che poteva compromettere l'ecosistema dell'intero Mar Tirreno. Un lavoro indispensabile, prima di partire con l'operazione del vero e proprio recupero. Una partita, questa, che non è mai stata giocata nella storia della marineria mondiale, vista la grandiosità dell'opera che attende l'americana Titan e la romagnola Micoperi, che sono state scelte dalla Costa (che pagherà l'operazione). Il progetto delle due aziende prevede, dopo la messa in sicurezza dello scafo (che secondo più fonti sta lentamente scivolando verso un abisso di 70 metri di profondità), il raddrizzamento della nave con tiranti in acciaio e il posizionamento di cassono che consentano il galleggiamento e il rimorchio. Ancora da decidere il porto di destinazione della nave (che non sarà tagliata a fette, come si era temuto in un primo momento): la Regione Toscana, appoggiata anche dal capo della protezione civile Franco Gabrielli, spingono perché il lavoro venga fatto nei porti più vicini al Giglio, senza rischiare (come era parso all'inizio) un trasferimento a Palermo. E' una battaglia che ha al suo centro numeri importanti, visto che si parla di un lavoro che vale 300 milioni e circa 1.000 posti di lavoro.

Vittime e dispersi. Non bisogna dimenticare, però, che nello scafo non ci sono solo mobili, oggetti, suppellettili da recuperare e smaltire. All'appello mancano ancora, infatti, due delle persone imbarcate a bordo della Concordia: la siciliana Maria Grazia Trecarichi e l'indiano Russel Rebello. I loro corpi, infatti, non sono stati recuperati dai tanti sommozzatori che in questi mesi hanno scandagliato il relitto e che sono riusciti a restituire ai loro cari le salme di trenta persone, che ora riposano in tanti paesi diversi, simboli della globalità di una tragedia che - cent'anni esatti dopo il naufragio del Titanic - ha ricordato la verità già scritta da Jorge Luis Borges: "Il mare è un antico idioma che non riesco a decifrare".

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