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Addio a Zucchelli, medico gentiluomo

Ha curato il presidente della Repubblica Gronchi, il capo dell’Eni Mattei e tre sindaci (ma anche di tanti vecchietti)

LIVORNO. Nessuna cura ce l'ha fatta a far ripartire stavolta il cuore del professor Giampaolo Zucchelli: si è spento ieri sera a 85 anni dopo una lunga malattia. Insieme a Bruno Cosimi, il padre del sindaco, è stato una delle figure simbolo dell’ospedale di Livorno nella stagione degli anni ’60-70, quella in cui «la nostra sanità giocava in serie A», come diceva lui.

L’uomo della “cura”. Nessuno più di Giampaolo Zucchelli ha incarnato quel che c'è dentro la parola "cura".

Nel senso di terapia: perché è stato un medico che ha lasciato un segno nella storia dell'ospedale e soprattutto della salute dei livornesi.

Nel senso di tutoraggio: perché, prima di rinunciare alla carriera di docente universitario, aveva cresciuti una leva di giovani medici che poi ne hanno seguito le orme con successo.

Nel senso di tutela sociale: perché quando è tornato a dedicarsi alla gerontologia (che era stata la prima specializzazione da primario), ha spinto la sanità pubblica a guardare con attenzione l'anziano "fragile" prima che finisca in un letto d'ospedale come non autosufficiente .

Nel senso di accuratezza: perché nell'esistenza parallela come studioso della memoria della città (spesso in tandem con il figlio Federico), ha puntato i riflettori sulle mille storie minute, plurali, quotidiane, popolari, siano esse dell'ospedale di viale Alfieri come della comunità di San Leonardo a Stagno oppure, ultima testimonianza d'affetto, di quella Montenero dove lui aveva qualcosa di più delle radici.

Le radici monteneresi. «A Montenero sono nato, e non è un modo di dire» ripeteva sorridendo: era stato partorito in casa («nella nostra casa di via delle Pianacce a un passo da piazza delle Carrozze»), la zia Noemi aveva un chiosco di immagini sacre in piazza del Santuario, a Montenero era “nato” sui banchi della scuola. E a Montenero, dopo avervi vissuto una vita intera, sarà sepolto.

Era stato allievo del prof. Cataldo Cassano, il padre dello psichiatra Giovan Battista, poi era toccato a lui salire in cattedra: gastroenterologia, patologia medica, metodologia clinica. Le sue specializzazioni erano un ventaglio di saperi medici: tisiologia, gerontologia e geriatria, cardiologia, endocrinologia. Ma con una idea-guida, un po’ vecchia scuola: si indaga sulla malattia un po’ come i vecchi marescialli facevano per andare a caccia di delinquenti, cioè ascoltando, deducendo e intuendo. Basandosi sull’esperienza, prima che sulla raffica di esami che ora invece, come le perizie scientifiche stile Csi in tribunale, sono la bussola per raccapezzarsi di fronte al malessere che piega gli individui o le società.

L’ospedale da serie A. All’ospedale di Livorno era arrivato nel ’63. Una follia rinunciare alla carriera nell’università? Neanche poi tanto, se pensiamo che, come Zucchelli ripeteva, in quegli anni per molte specialistiche la migrazione era da Pisa a Livorno: come per maternità, pediatria chirurgica, chirurgia toracica, diabetologia.

La messa nell’Est sovietico. Fosse per qualità o per motivi ideologici, fatto sta che la sanità livornese era studiata nell’Europa dell’Est: segnatamente a Rostock, in Germania Orientale, erano conosciuti il “chiodo di Venditti”, la “dieta di Zucchelli”. Bruno Cosimi dice all’amico Giampaolo: tu devi venire a Rostock. Zucchelli gli risponde: no, non posso perché io la domenica vado a messa e lì la messa non la dicono. Cosimi senior si mette in moto, poi lo richiama: ti abbiamo organizzato anche la messa, ora devi proprio venire.

Quello del Soviet. Nel ’67 è invece un altissimo dirigente del Soviet supremo ad avere bisogno delle sue cure: è a Livorno per il 50º della rivoluzione d’Ottobre. Gli capita un guaio ma non può andare all’ospedale perché ne nascerebbe uno scandalo: Italo Piccini chiama l’amico Giampaolo e il paziente guarisce. Era Dimitri Scevliaghin, un plenipotenziario del Komintern, l’uomo che ha dato l’altolà all’ora x della rivoluzione.

Ma Zucchelli è stato anche il medico personale del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi: «Lei è proprio un bel tipo!», gli scriverà di suo pugno dal Quirinale un biglietto di affettuoso rimprovero per non averlo informato del matrimonio. Ha avuto in cura anche sindaci come Diaz, Badaloni e Raugi e aveva un legame speciale con Cesare Fremura.

Questo rapporto con i potenti della città – ricordano i familiari – non gli serviva però per parcelle extra ma per avere donazioni, apparecchiature all’ avanguardia: insomma, un occhio di riguardo per l’ospedale. «Sia chiaro, teneva la porta aperta anche per il poverocristo o la vecchietta della Voltina: la sera dalle 22 alle 23, dopo esser tornato a casa alle otto per cenare, prendeva le telefonate dei pazienti dimessi per sapere come andava la cura».

Dalla parte degli anziani. È per questo che si era battuto nell’ultima fase della sua parabola di medico: la difesa degli anziani sull’orlo della perdita dell’autosufficienza. Lì ha giocato tutta l’autorevolezza che quarant’anni nella trincea della medicina gli hanno assicurato: una “cura” che è attenzione ai bisogni (e ai rischi di crisi) prima ancora che una cucchiaiata di sciroppo o un bella Tac.

Il concetto chiave? La vulnerabilità al rischio di capitombolare (talvolta in senso letterale) in una situazione dalla quale poi è difficile tornare indietro, a una condizione di salute e autonomia. Ne è nato il consultorio anziani fragili a Villa Serena.

Giampaolo Zucchelli, figlio di Giulio (segretario della Camera di commercio) e Iolanda Ghezzani (maestra e sorella di Dorino, costruttore protagonista

della ricostruzione), lascia tre figli: Federico, Raffaele e Giulio. Dev’essere ancora fissato il funerale in cui i livornesi daranno l’ultimo abbraccio al medico gentiluomo: con ogni probabilità saranno domani, probabilmente nella chiesa del Rosario.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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