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«Non si spezzerà, ve lo garantisco. E ora subito i lavori»

Micoperi rassicura dopo l’allarme lanciato da Mammoet. Il presidente: doneremo i guadagni all’Isola del Giglio

di Antonio Valentini

«No comment, le basta? Rispondo così perché il nostro progetto è il meno impattante tra quelli presentati». Silvio Bartolotti, presidente della Micoperi di Ravenna che assieme alla statunitense Titan ha vinto la gara per la rimozione della Concordia, non ha voglia di polemizzare con Mammoet, l’azienda olandese che fino all’ultimo è stata in lizza per l’aggiudicazione dell’appalto. Oltre a loro, anche la joint-venture Smit-Neri, che nel proprio progetto prevedeva importanti ricadute sulla Toscana litoranea. In questa direzione si sta ancora lavorando, con la Regione in prima linea. «Lo ribadisco - prosegue Bartolotti- l’impatto ambientale è l’aspetto più importante del nostro progetto. Le critiche di Mammoet mi sono apparse un calo di stile».

I dubbi di Mammoet. Eppure la società olandese, un gigante che in sinergia con la connazionale Smit fu capace di riportare in superficie il sottomarino Kursk, esprime un punto di vista circostanziato, benché il progetto non sia stato reso noto nei dettagli in attesa che l’iter autorizzativo sia concluso. In particolare Mammoet, attraverso Alberto Galbiati amministratore delegato per l’Italia, sostiene che la palificazione di sostegno alla piattaforma su cui poggerà la nave rovinerà il fondale e la fauna marina. Troppi pali e di diametro eccessivamente ampio. In aggiunta, il meccanismo previsto per la rotazione del relitto rischia di provocare danni irreparabili allo scafo, al punto da prefigurarne il sezionamento sul posto.

La calma di Micoperi. Ma Bartolotti non si scompone: «Fin dall’inizio ho sempre detto che quando lasceremo l’isola, non dovrà esserci traccia del naufragio né del nostro passaggio. Sarà come se nulla fosse accaduto». Una parola, l’impresa è titanica. Non a caso il suo valore (300 milioni o forse più) è alto da far girare la testa: «È così - aggiunge Bartolotti - Io però non voglio guadagnarci neppure un centesimo. Qui è in ballo l’onore nazionale, capisce? L’Italia ha bisogno di fare bella figura. Per questo rinuncio a tutto, il nostro ricavo sarà per intero donato all’Isola del Giglio (pare almeno una decina di milioni, ndc)». Micoperi ha vinto con un progetto molto più costoso degli altri. Costa Crociere ha spiegato di averlo scelto per la maggiore affidabilità ambientale. «Ci siamo messi in quest’impresa spinti dall’orgoglio nazionale. Mi rendo conto, 300 milioni sono tanti - aggiunge -. Però solo di ferro ci servono ventimila tonnellate. Di queste neppure un chilogrammo finirà in mare, ma tutte andranno sullo scafo per farlo galleggiare di nuovo».

Rompersi? «Mai». Silvio Bartolotti è sicuro, il progetto è perfetto è bisogna solo fare presto: «La Concordia sta lì da troppo tempo ed è come una bomba inesplosa». Entro dieci giorni il cantiere al Giglio sarà aperto e ogni rischio è stato calcolato e ridotto al minimo: «Escludo categoricamente che possa spezzarsi. Non c’è davvero motivo. E poi, ricordo, siamo assistiti da Fincantieri, l’azienda che ha costruito la nave». Resta il problema delle enormi colonne d’acciaio su cui poserà la piattaforma di 1600 metri quadrati, necessaria al recupero della nave: «Per conficcare i pali sul fondale sposteremo la platea di posidonia - chiarisce calmo Bartolotti-. La ripristineremo a operazione conclusa, sopra ai pali che saranno tagliati radenti al fondale. Ribadisco: non resterà traccia del nostro intervento».

Livorno è in gioco. Nulla al mondo può sollevare quella nave mastodontica adagiata a poche decine di metri dal porto del Giglio: trecento metri di lunghezza, 35 di larghezza, 45mila tonnellate di dislocamento. Quando sarà fatta galleggiare, peserà di più perché arriverà in bacino con l’acqua all’interno ancora da aspirare. Per questo avrà un pescaggio di 18,5 metri, eccessivo rispetto alla capacità del bacino di carenaggio di Livorno profondo 12 metri. «A noi non compete condurre la nave a destinazione né quello che succede dopo - aggiunge - Io dico solo che una volta in asse e galleggiante, la Concordia può andare dove vogliono. Nel momento in cui sarà raddrizzata, verificheremo i danni sulla paratia di destra poiché non sappiamo se le sporgenze di roccia su cui è adagiata si sono conficcate o meno nello scafo. Però, a quel punto, il galleggiamento della nave potrà essere modulato fino a 8-9 metri di pescaggio, anziché ai 18,5 previsti». E nel caso in cui siano risolti pure i problemi di larghezza, con le gabbie in acciaio saldate sulle fiancate, quel che resta della Concordia potrebbe giungere nel bacino di Livorno, dove per mesi e mesi lavoreranno i demolitori.

Sangue toscano. «Ci sentiamo una gloria della marineria italiana - conclude Bartolotti - E poi, come le dicevo, mi sento toscano. Un mio antenato aveva tre

gigli fiorentini sullo stemma e, pensi, sull’Isola ho ritrovato una cugina, la farmacista, di cui avevo perso le tracce 54 anni fa». Anche per questo regalerà i suoi guadagni all’Isola? «Non solo. Neppure un centesimo verrà nelle mie tasche: i frutti di una disgrazia non portano mai bene».

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