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Da due anni bambina abbandonata a pediatria

Non è mai uscita dall’ospedale, il tribunale ha tolto la patria potestà ai genitori. E in attesa che arrivi l’affidamento a una famiglia, il reparto l’ha adottata

LIVORNO. La piccolina è nata che era la fine del 2009. Quel giorno una stella cattiva aveva posato la sua luce sul cielo di Livorno. E la diagnosi dei medici, subito dopo il parto, era stata terribile: malformazione congenita cerebrale. Ma non c’è nascita che non sia una festa e nel dramma di quella scoperta, quella sera nella sala parto di ostetricia si gioì.

Si sapeva bene che il sorriso sarebbe durato poco perché la vita della piccolina, con quell’anomalia, sarebbe stata un calvario. Ma andò peggio di come chiunque avesse potuto immaginare.

Arrivò Natale e poi la primavera, l’estate e un altro Natale, scese la neve e tornò la primavera, arrivò un’altra estate, un altro inverno, le strade illuminate a festa, le vetrine addobbate e i giocattolai affollati, di nuovo la neve e adesso il sole, il vento e il cielo terso di queste settimane. Ma per la piccolina fu sempre come quel primo giorno sulla terra: la luce al neon di una stanzina del reparto di pediatria, una culla nel frattempo diventata lettino, il bip continuo della strumentazione medica a scandire secondo dopo secondo i suoi primi due anni e mezzo di vita. Mai una passeggiata in un parco, un caduta sulla sabbia, una papera con cui fare il bagnetto o un gattino di gomma da mordicchiare. Mai il sorriso dei genitori dei nonni, di fratellini cuginetti zii e amici. Intorno solo il personale medico e infermieristico di pediatria. Che da quel giorno di fine 2009 ha adottato quella figlia della sfortuna, come la figlia di un reparto intero.

Sono loro, i medici e gli infermieri, a portarle quotidianamente giochi colorati e sorrisi. A parlarle e regalarle momenti da bambina, facendole ascoltare dischi dello Zecchino d’oro e coccolandola con carezze e abbracci.

Lei, ferma nel suo lettino, attaccata alla sua apparecchiatura, alimentata da un sondino, monitorata 24 ore al giorno, non parla. Non piange. Non si muove. «Ma interagisce - racconta il primario del reparto, Edoardo Micheletti -. Con gli occhi regala sguardi a chi sa carpirli, che dicono più di molte parole, con la mimica facciale ringrazia, partecipa. Tutto il personale del reparto l’ha adottata e giorno e notte le sta vicino».

Le hanno dato un nome, le portano regali e piccoli amici di peluche da salutare. E quando un anno e mezzo fa sembrava che dovesse andarsene da Livorno per essere trasferita al Meyer di Firenze, accanto alla gioia perché potesse iniziare un iter sanitario importante per il suo futuro, in molti di loro si respirò anche il dispiacere per la partenza di una nuova figlia. Il viaggio al Meyer fu breve. La piccolina tornò e da allora non si è più mossa dalla stanzetta che le è stata assegnata.

Il suo dramma è un mix di drammi: la maledetta sfortuna di una malattia congenita, il disagio sociale, economico, culturale, d’integrazione di una famiglia di nomadi, la complessità di una qualunque pratica di adozione aggravata dalla sua situazione anagrafica ingarbugliata e da una cittadinanza ancora indefinita, né italiana né rumena. E’ questo che ha rallentato nei suoi primi due anni e mezzo di vita le pratiche per affidarla a una famiglia.

Proprio nell’ultimo mese c’è stata un’accelerazione. Sarebbe stato individuato il nucleo familiare idoneo a prendersene cura. E presto la piccolina potrebbe lasciare l’ospedale, vedere il cielo, respirare l’aria, salutare i medici e gli infermieri che finora le hanno fatto da babbo e mamma.

I suoi genitori veri invece, quelli che l’hanno concepita e partorita, sono nomadi e da nomadi hanno deciso di continuare a vivere anche dopo la nascita della bambina. Non hanno casa, lavoro, non hanno soldi. Capitano in città di tanto in tanto. E adesso non hanno nemmeno la potestà genitoriale, che il giudice ha affidato a una figura tutelare.

Un caso complesso, fin dalla nascita seguito dai servizi sociali con l’obiettivo di trovare una collocazione per la bimba. «La situazione è molto delicata - conferma Micheletti - Noi ci mettiamo e ci abbiamo messo tutto il nostro impegno, il resto lo fanno

i servizi sociali e il tribunale». Che adesso potrebbero finalmente aver trovato la famiglia in grado di accudire la piccola e la soluzione per sbrigliare la matassa amministrativa che da due anni e mezzo rallenta le pratiche e la costringe in ospedale.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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