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L’artista dei cartelli stradali re a Livorno per una notte

Clet Abraham sbarca in città e tappezza le strade con i suoi famosi “omini”, sessanta opere realizzate in poche ore by night

LIVORNO. Il Cristo nella T del cartello che indica la strada chiusa, il cuore che sposa la freccia, l’omino che porta via la sbarra del divieto d’accesso. E ancora, la svolta a destra vietata che s’intreccia con la Torre Eiffel, un mezzo busto che guida, l’uomo di Leonardo inserito nel divieto di transito e nell’isola pedonale. Viaggia la creatività di Clet Abraham. Viaggia sui lungarni fiorentini, sulle mura di Pistoia, passa dalla Senna e dal Tamigi. Vola sul Duomo di Milano e sulla Mole antonelliana torinese per poi approdare nel porto di Livorno, navigando lungo i fossi.

Ai più è conosciuto come l’artista dei cartelli stradali. E sono proprio loro ad aver regalato la notorietà a Clet Abraham, 45 anni, di origini francesi, ma in Italia da oltre vent’anni, di cui sei trascorsi a Firenze. Con la sua arte ha girato una trentina di cittadine tra il Belpaese e l’estero. Domenica notte l’artista è venuto in città per lasciare la sua impronta anche a Livorno, dove ha “addobbato” oltre cinquanta cartelli stradali. Di notte, da solo, in bicicletta, Clet ha percorso gli scali, il lungomare, dalla rotonda del cantiere fino alla terrazza Mascagni, senza trascurare la centralissima via Grande. Ha visitato anche piccoli piazze come Santi Pietro e Paolo e angoli suggestivi della Venezia. Un tocco anche a Fabbricotti: uno dei suoi omini dei cartelli campeggia in via Accademia Labronica. «Un omaggio all’amica che mi ha ospitato, che abita lì», dice Abraham. Ma cosa spinge l’artista a prendere di mira i segnali stradali? È lui stesso a spiegarlo.

«Secondo una ricerca fatta qualche tempo fa, in Italia ci sono più cartelli stradali che residenti. L’idea di modificarli artisticamente mi è venuta a Firenze: le strade sono piene di questi segnali che secondo me sono molto convenzionali. Invece di prendersi le proprie responsabilità, si punta a veicolare una cultura dell’imposizione e dell’ordine. Peraltro spesso non vengono neanche rispettati. E questa è la prova lampante del fatto che funzionano. Sono troppi! A Londra ce ne sono 10 volte meno. E poi hanno un costo notevole. Modificandoli, voglio puntare l’attenzione su questo fenomeno, per far riflettere».

Quale tecnica utilizza?

«Non danneggio i cartelli, ma uso degli adesivi da applicare sopra i segnali e che possono essere rimossi senza problemi e senza lasciar traccia. Odio l’automobile e infatti non ce l’ho, quindi mi muovo in treno. Poi uso la bici: la adagio sul palo, mi arrampico e inizio l’opera».

E’ mai stato multato?

«Sì... 400 euro, non poco. Mi è successo a Firenze e a Pistoia, dove ho ancora un procedimento aperto con il giudice di pace, a cui mi sono rivolto dopo che il prefetto ha respinto senza motivazioni il mio ricorso. Non è mia intenzione creare problemi e passare la notte, mentre lavoro, a discutere con la polizia o i carabinieri. Ma nelle città più piccole le forze dell’ordine sono più attente. E in una città d’arte come Firenze è impossibile che l’amministrazione non intervenga. Ma a Livorno ho trovato una bella atmosfera rilassata, ideale per la mia espressione artistica».

Perché proprio Livorno?

«Erano mesi che volevo venire in questa città che ha delle peculiarità tutte sue. Ci tenevo molto, è un posto meraviglioso, un posto mitico, sospeso tra degrado e bellezza. Adoro il mare, che mi ricorda la mia terra. E mi incuriosiva vedere la reazione della gente alla mia arte».

Che impressione ha avuto della città?

«Ci sono degli scorci bellissimi: la Venezia è splendida, le fortezze affascinanti. Il lungomare è mozzafiato: è uno dei litorali più belli della Toscana. Amo molto anche Forte dei Marmi, ma il mare di Livorno è unico. Ci sono però delle strade bruttissime come via Grande: quel colonnato del dopoguerra è raccapricciante, sarebbe da buttare tutto giù e da rifare. Per il resto, la città mi ha rapito e la notte livornese per me è stata molto emozionante. Mi piacerebbe tornare, fare una mostra, lavorare un po’ qui...».

Cosa ci guadagna dall’arte dei cartelli?

«Da quando ho iniziato questa arte, un anno e mezzo fa, la mia

vita è cambiata in meglio. Prima di tutto mi sento utile alla società nel manifestare le mie idee. E poi dal punto di vista della promozione, mi sono fatto conoscere: i cartelli modificati sono molto richiesti, li vendo bene nel mio studio a San Niccolò».

di Lara Loreti

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