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La Novaol rischia il ko perché manca la leggina

A differenza del resto d’Europa, non c’è nessun freno al biodiesel low cost: si dimezza l’assorbimento del mercato e una fabbrica sana va al tappeto

LIVORNO

C’era una volta una fabbrica-pilota nata nel ’91dalla costola della Montedison come una delle prime realtà in Europa nel biodiesel. È un buon impianto sia per produttività che per qualità: eppure rischia di chiudere. Colpa del fatto che manca la leggina che recepisce nel nostro ordinamento quegli strumenti di protezione che gli altri Paesi europei, unica eccezione la Spagna, si sono dati per tutelarsi dall’afflusso di biodiesel di bassa qualità (ma anche di altrettanto basso costo) in arrivo da Oltreoceano.

Per adesso i 37 lavoratori sono in cassintegrazione ma è già stato annunciato che 5 saranno messi in mobilità. E comunque non mancano segnali forti del pericolo che lo stabilimento di via Leonardo Da Vinci, a un passo dai depositi costieri, sia cancellato dalla geografia produttiva già abbastanza disastrata della nostra città.

Il primo segnale riguarda il fatto che tutto lo stabilimento è stato messo in blocco in cassaintegrazione: dopo il dimagrimento degli anni scorsi tramite il turn over, ormai l’organico è all’osso e, anche secondo i sindacati, è difficile immaginare ulteriori riduzioni parziali.

L’altro aspetto chiave ha a che vedere con il fatto che la Novaol ha un altro stabilimento simile a Ravenna, che è più recente e presidia la zona adriatica meno esposta alla concorrenza.

«È il regno dell’assurdo: è solo per la mancanza di difesa da una concorrenza senza regole – afferma Fabrizio Zannotti (chimici Cgil) – che in brevissimo tempo il mercato si è dimezzato: da 150mila a 70mila tonnellate annue. L’azienda ritiene che possano esser coperte tenendo in attività uno solo dei due stabilimenti e sembra intenzionata a puntare su Ravenna».

L’assurdità è dimostrata da un altro aspetto raccontato dai sindacati: il cliente numero uno dello stabilimento livornese di Novaol è l’Eni, ma per utilizzare la tubazione di collegamento fra i due im pianti talvololta sono stati fatti arrivare a Livorno i Tir con il prodotto lavoratoa Ravenna.

La Novaol è stata acquisita nel 2001 da Bunge, multinazionale con sede alle isole Bermuda, ma adesso il 60% delle quote è in mano a Dii (Diester Industrie International), che attraverso la Sopreol è controllata dalla multinazionale francese Sofiproteol, nata dall’alleanza fra tre organizzazioni imprenditoriali agricole transalpine (Fop, Onidol e Unip) con la benedizione del Credit Agricole.

Il biodiesel made in Italy aveva fatto faville anche solo 3-4 anni fa: un mezzo miracolo verde, in cui tanta parte aveva avuto la capacità produttiva dello stabilimento livornese, che aveva fatto dell’industria italiana la numero tre in Europa in questo campo.

Già dallo scorso anno – ed è un caso pressoché unico nel boom generalizzato della “green economy” – si era avuta l’avvisaglia del patatrac in arrivo per colpa della fine delle agevolazioni fiascali al settore: cinque impianti fermi (tutti fra Lombardia e Veneto), improvvisa frenata con dietrofront rispetto a piani di investimenti che avrebbero aggiunto altre 300mila tonnellate di capacità produttiva ai 2,5 milioni esistenti: con un mercato che non ne assorbuva più di 600mila. Adesso non c’è più neanche la tutela dalla concorrenza del low cost, ed ecco che l’industria alza le braccia.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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