Il caso del pontone Dakota, ex vertici verso il processo

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per Piccini, Gionfriddo e Migheli Indagini chiuse: le accuse sono di abuso d’ufficio, falso e soppressione di atti

    di Federico Lazzotti

    LIVORNO.  A distanza di due anni dall’inizio dell’indagine da parte della Guardia di Finanza, il pubblico ministero Massimo Mannucci ha chiesto il rinvio a giudizio nei confronti dei tre ex dirigenti dell'Autorità Portuale, Roberto Piccini, Giorgio Gionfriddo e Sergio Migheli che avviarono la procedura d'urgenza per il noleggio del pontone Dakota. L’accusa nei loro confronti è quella di abuso d’ufficio, falso e soppressione di documenti in concorso tra loro. L’udienza davanti al giudice è fissata per la fine di marzo.

    Intanto il legale dei tre indagati, l’avvocato Paolo Bassano, ha depositato una lunga memoria difensiva nella quale – punto per punto – mette in discussione la tesi della Procura. A cominciare dal falso in atto pubblico che viene contestato agli ex dirigenti. «Si tratta – spiega l’avvocato – del documento con il quale il noleggio è stato rinnovato con un impegno di spesa. Viene contestato il cambio della data ma dimostreremo che si tratta di una banale sostituzione dovuta ad un errore».

    Più complesso il capo d’imputazione nel quale viene contestato l’abuso d’ufficio. Ecco perché per la Procura è necessario tornare al periodo compreso tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009.

    Roberto Piccini è da due anni alla guida dell’Autorità Portuale dopo una vita passata in Compagnia. E proprio quest’ultima in quei mesi – è l’ipotesi della Procura – sente il pericolo di perdere buona parte del traffico di auto perché la società Sintermar sta per comprare il pontone Dakota. Nello stesso periodo, alla Calata Pisa, accosto 54, si era invece aperta l’emergenza Tirrenia: Unicoop aveva appena conquistato i traghetti ma per farli sbarcare aveva bisogno di una piattaforma.

    Secondo gli investigatori, sarebbe per questo motivo che i vertici dell’Autority attivarono una procedura negoziata, per cui è necessaria l’urgenza della pratica, e senza pubblicare il bando per affittare dalla Safim di Genova il pontone Dakota.

    Quello che ha insospettito gli inquirenti è stato l’utilizzo che nei due anni successivi è stato fatto della chiatta, costata mezzo milione di euro nei primi dodici mesi e altri 300mila in quelli a seguire. «Il pontone non è stato quasi mai utilizzato», spiegano dalla Procura. Nonostante lo scarso utilizzo, il contratto venne rinnovato anche per altri dodici mesi «con ulteriore spreco di denaro», spiegano dalla Procura.

    La ricostruzione della difesa è assai diversa. «L’acquisto di un pontone – dice l’avvocato Bassano – era nel piano d’impresa dell’Autorità portuale da tempo per risolvere l’annoso problema dell’ormeggio poppiero alla Calata Tripoli che non era possibile». E in effetti, finito il noleggio del Dakota, la stessa Authority ha comprato due piattaforme dalla Siman di La Spezia per una spesa complessiva di poco superiore ai tre milioni di euro.

    13 febbraio 2012

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