«Vivo in mezzo al bosco come volpi e lupi ma ora non ce la faccio più» Caritas assediata dai senza tetto: sacchi a pelo, brandine e qualche coperta
LIVORNO
«Chiamatemi Ismail». Magari il nome se lo sarà anche inventato perché, dirà più volte, «non si sa mai», difficile sapere anche se sia arrivato davvero «da bela pequena cità no lontano di Casablanca». Di sicuro, però, c'è che «vivo dentro bosco». Dove? Meglio non dirlo a nessuno, né sbirri né altri. Aggiunge solo: «Con volpi, lupi, cinghiali. Io come volpe, come lupo, come cinghiale». Tradotto: una notte in un rudere rimpiattato bene, un'altra su uno zoccolo di cemento buttato chissà perché in mezzo al cespugliame, un'altra ancora sotto una tettoia...
E' solo uno dei fotogrammi del film su una umanità fragile – dolente, ferita, emarginata – che anche ieri appoggiava la propria esistenza sulle spalle dei volontari della Caritas al “porto di fraternità” di Torretta. Fosse un fortino, si potrebbe dire: assediato. Ma la Caritas la porta la tiene spalancata: c’è una tribù infinita di povericristi che poco dopo mezzogiorno si accalca all’ingresso per entrare a mensa. Dieci metri più a destra, un’altra porta: doppia stanza fitta di fiati, angosce, guai, storie.
Vita in pezzi. Alessandro Incrocci, 40 candeline da spegnere il 21 febbraio («se avessi una torta per mettercele sopra»), una vita, un lavoro e una casa ce l’aveva. «Ho fatto il camionista per 18 anni, – racconta – poi i guai con la salute e m’hanno levato la patente. Risultato: non ho più trovato lavoro, ora dormo alla stazione o al pronto soccorso. Seduto su una sedia: ovvio che non riposi mai davvero, ovvio che mi si gonfino le gambe. Meno male che qui ora il freddo lo sento meno».
Nella stanzetta c'è anche Mirella Tocchini, a casa la aspetta un figlio disabile: «Lì torno la sera. L'assistente sociale però non mi dà una mano e io vengo qui a mangiare: ci accolgono bene».
Il pomeriggio è appena iniziato eppure sul pavimento dormono, rannicchiati su sé stessi quasi come bambini, un gruppo di cinque clochard. Non sono ragazzini, i corpi hanno subito le ingiurie degli anni: almeno due hanno una barba bianca tale che potrebbero essere addirittura nonni.
In 30 a dormire. «Dopo la nevicata di martedì 31 gennaio non ce la siamo sentita di seguire l’orario normale: dall’indomani siamo aperti 24 ore su 24 facendo i turni a rotazione», spiega Dario Vannozzi, 24 anni, parrocchia Sette Santi e ora in prima fila nella trincea del disagio sociale a Torretta. «L’abbiamo detto a mensa il 31: chi vuole può restare. La prima volta si sono fermati in cinque, dal secondo giorno erano già 19-20 ma negli ultimi giorni sono trenta».
Il dormitorio non è un dormitorio: là dove all’una c’è la mensa si tolgono i tavoli e si stendono brandine, sacchi a pelo e coperte. «Ci si arrangia : non ci sono letti, ma è sempre meglio che star fuori a sentire l’aria sotto zero che taglia la faccia», dice uno dei volontari.
«Da due anni sono fuori di casa, dicono che non sono adatto a niente»: Mario ha cinquant’anni, è livornese di Corea e si difende da questo freddo becco con un training che chiunque di noi utilizzerebbe ad aprile: «Nessuno mi trova un posto dove andare e io vengo qui. Dove dormivo finora? In macchina, ma ora non ce la faccio più a resistere: questa ghiacciata ti s’infila in ogni osso. È da sei mesi che aspetto di parlare con un assessore. Invece nisba: ti dicono venga dopo l’estate, poi dopo Natale, poi dopo primavera, si ricomincia il giro e io sono qui. Senza lavoro né nulla. Giusto aiutare tutti, ma ora ci sono “loro”: e noi?».
Con la faccia scura. “Loro” sono quelli come un ragazzo egiziano di 24 anni che ha deciso di farsi chiamare Walter: «Vengo qui per mangiare. È tanto difficile trovare lavoro e se non c’è lavoro non hai niente.
Ma “loro” sono anche Omar, Arada, Hassen e Musa, facce nere da ventenni e dintorni, profughi in arrivo da Ciad che si sono fatti il viaggio in barcone dalla Libia e hanno chiesto asilo politico. Ora aiutano in cucina. Omar ha fatto anche le notti e, siccome snocciola l’arabo meglio di un dj cairota, fa anche da traduttore.
«Ma non crediate – avverte Vannozzi – che qui arrivino solo ragazzi immigrati. Come se il rischio di finire nel girone della povertà fosse circoscrivibile agli extracomunitari. A qualcun altro che pensiamo lontano da noi, come se noi fossimo al riparo».
Non solo immigrati. Mai così tante persone hanno bussato alla mensa del “porto di fraternità” come in questi giorni: quasi cento pasti, in parte pagati dal Comune. Ma in passato lo standard era attorno a quota 70. Senza contare che la notte c’è la “Ronda” della parrocchia di Coteto a portare panini e piatti caldi a chi non ha un tetto sopra la testa, e dal centro Caritas di via delle Cateratte vengono smistati ogni giorno pasti portati a casa e pacchi alimentari.
«Già, perché – rileva Vannozzi – ora sono le famiglie italiane, talvolta anche anziane, la nuova emergenza. Basta un intoppo e la vita normale va in pezzi. Noi possiamo andare avanti fino a domenica: ma quella è una mensa. Smettiamola di affrontarla con la logica dell’emergenza: c’è bisogno di dare una risposta vera, non una brandina, al fatto che la povertà sta inghiottendo altri pezzi di società. I più fragili sì, ma nessuno è al sicuro».
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