«Notti disperate in una roulotte»

Un 43enne senza casa: il freddo è una tortura ho capito che non volevo morire e così sono fuggito

    di Giulio Corsi

    LIVORNO

    Per otto anni ha vissuto a villa Pendola, unico residente di una struttura allora abbandonata, scelta come rifugio in mancanza di una casa vera. Poi - era il dicembre 2010 - un’aggressione ai carabinieri l’ha portato dietro le sbarre delle Sughere. E quando è uscito, a giugno dell’anno scorso, il Comune gli ha dato la possibilità di piazzare una roulotte nel grande parcheggio in fondo a via Calatafimi e di vivere lì, in attesa di un tetto. Che in otto mesi non è mai arrivato.

    Simone Del Vivo, 43 anni, è l’esempio dell’uomo senza casa. Per conoscere lui e i suoi fratelli basta entrare una notte al pronto soccorso dell’ospedale, girarsi intorno, scrutare sulle sedie nella sala d’attesa. Quando cala il sole e le temperature sprofondano, loro si ritrovano lì, chiusi nei loro giubbotti, infilati sotto i loro cappelli di lana, in attesa che passi la nottata e torni la luce.

    Vivere senza casa significa vivere un dramma. D’inverno poi, in un inverno come questo, vivere diventa una sfida a sopravvivere. E allora le lacrime del freddo si incrociano con le lacrime della disperazione. «Io non ce la faccio più - racconta Del Vivo -. Io non voglio morire».

    Il suo è un urlo di disperazione lanciato con l’umiltà di chi sa raccontare un passato fatto di errori e la forza di chi ha voglia di sognare una pagina nuova. «Per tanto tempo mi sono drogato - ricorda seduto nella sua roulotte - ma dal 2003 ho smesso. Ho pensato che avrei avuto più diritti per avere una casa popolare, 30 metri in cui vivere come tutti. E invece no. Per 8 anni sono rimasto in attesa, dormendo a villa Pendola. A dicembre 2010 sono stato arrestato e quando 6 mesi dopo sono uscito dal carcere neanche villa Pendola c’era più ad accogliermi. Il Comune mi ha dato il permesso di sistemare una roulotte nel parcheggio di via Calatafimi. Mi sono procurato il mezzo con l’aiuto di amici e dall’estate vivo lì. Ma ora è diventato impossibile. Qua dentro la notte la pelle brucia dal gelo. Due sere fa mi sono alzato il cappello, mi sono toccato la testa e non me la sentivo. Non sentivo le mani, la pelle non aveva più la sensibilità. Ho pensato che sarei morto e ho capito che non volevo morire. Sono fuggito, sono andato al pronto soccorso, ho dormito lì, ho conosciuto altri come me. E ho pensato che non solo non voglio morire, ma a 43 ho diritto ad avere una vita diversa, ad un futuro, non a sopravvivere dalla neve riparandomi in una sala d’attesa».

    Per l’emergenza, come si può leggere nel box a fianco, il Comune ha predisposto l’accoglienza a villa Serena e per Del Vivo e i suoi fratelli del pronto soccorso potrebbe essere una toppa per sopravvivere a quest’angolo di Siberia. Ma passato il gelo il problema tornerà: «Ho il 50% di invalidità, 3 ernie al disco, non ho un lavoro fisso, ma ancora non ho il punteggio per le case popolari», si dispera l’uomo senza casa. Ma se anche presto l’avrà, molti come lui continueranno a dormire al pronto soccorso.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    03 febbraio 2012

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