La Provincia di Pisa e la Belvedere di Peccioli hanno acquistato terreni e immobili con soldi pubblici. Ma tutti i progetti di trasformazione si sono arenati
PECCIOLI. Tutta colpa del paesaggio. Ci fossero stati dei sili, qualche tettoia per gli attrezzi agricoli, almeno una schiera di villette coi giardini ante-retro, sarebbe bastato un piano di sviluppo. Il gioco era fatto. Invece quei 1477 ettari a est di via della Fila sono un museo a cielo aperto, un condensato della Toscana rurale di cent’anni fa, un viaggio nel tempo consentito dalla Fondazione Gaslini che, in epoca di cemento facile, seppe resistere alla tentazione di frammentare e costruire. Tutta colpa del paesaggio e della voglia di mantenerlo intatto se nel 2004 la Provincia di Pisa s’imbarcò nell’avventura di acquistare la porzione di Tenuta estesa per 611 ettari nel comune di Palaia con 36 casolari, l’enorme edificio della “Tabaccaia” e l’ancor più grande fattoria di Montefoscoli. Il tutto per 14 milioni e 900 mila euro – sì, proprio 14,9 milioni - da restituire al Monte dei Paschi in 20 anni. A conti fatti gli amministratori si sono rivelati cattivi immobiliaristi e cattivi fattori, con scelte che sui contribuenti gravano per circa 1,3 milioni di euro annui, se alle rate del mutuo si aggiunge il disavanzo dell’azienda agricola interamente in mano pubblica. Ancora colpa del paesaggio, stavolta nelle sue prospettive turistiche, se negli stessi giorni la Belvedere Spa, gestrice della discarica di Legoli e perciò in possesso di grande liquidità ma non dell’intuito immobiliare, acquistò l’altra parte dell’ex Fondi Rustici Gaslini ubicata nel confinante comune di Peccioli: 866 ettari di terreno, 36 poderi rurali e 10 case nel centro storico del paese. L’affare fu chiuso per 17 milioni, pagati sull’unghia dalla Belvedere, il cui capitale sociale era già saldamente nelle mani del Comune (62,16%) e in quelle di ottocento piccoli azionisti.
Ambizioni frustrate. La Belvedere ha congelato i propri sogni affaristici, svuotandoli di ogni scadenza. Il concorso internazionale d’idee ha prodotto risultati deludenti. E il fondo d’investimento istituito trasformando in società di gestione del risparmio la Finev, finanziaria controllata dal Comune di Peccioli, sarà chiuso a fine mese, non riuscendo a garantire i 40-60 milioni indispensabili per avviare un intervento dal valore finale pari al doppio. La Provincia di Pisa, da parte sua, visti i risultati ha abbandonato il proposito di mettere in moto un incubatore per aziende turistiche innovative e la società agricola, benché riconvertita alle colture biologiche, viaggia a scartamento ridotto. Con i suoi 36 ettari vitati potrebbe sfornare 700mila bottiglie di vino di buona qualità, commercializzate sotto i nomi di “Asopardo” e “Muro dell’Aquila”. Però manca addirittura la cantina e difficilmente viene oltrepassata quota 12mila. Morale: già nel 2007, a neppure tre anni dall’acquisto, i 611 ettari dell’amministrazione pisana – compresi 33 dei 36 casolari, la “Tabaccaia” e la villa di Montefoscoli – sono stati messi in vendita, con una base d’asta di 18 milioni.
Tre aste a vuoto. La legge finanziaria del 2007, varata dall’ultimo governo Prodi, ha imposto agli enti pubblici di cedere i beni privi di finalità istituzionali “e il nostro mestiere non è quello del fattore” dice Andrea Pieroni, alla guida della Provincia di Pisa. L’acquisto fu fatto dal Presidente uscente, Gino Nunes, a due mesi dalla scadenza del mandato, senza che il successore fosse assalito dall’entusiasmo, costretto come si vide ad accollarsi un mutuo pesante e un’azienda agricola dai bilanci in rosso. Ora la voragine è difficile da colmare. Tre aste sono andate a vuoto benché la seconda (nel 2008) abbia avuto per aggiudicataria la Futura Progetti di Quarrata. “In realtà non ci fu pagata nemmeno la prima tranche. Così abbiamo avviato la revoca dell’aggiudicazione e chiesto il pagamento dei danni”, aggiunge il presidente della Provincia. In ogni caso, nulla di fatto. Invece la clausola del laborioso passaggio di quote dal pubblico ai privati, previa costituzione di due società, mandò deserta la prima asta, quando di crisi non si sentiva parlare. A questa punto la Provincia potrebbe vendere a trattativa privata: “Noi però non vogliamo disfarci della tenuta – annota il presidente -, ma solo evitare la divisione per lotti”. L’utopia del Fondo. Il tempo stringe. Non solo per la stretta finanziaria, ma pure perché le province vanno verso lo scioglimento: i 611 ettari passeranno alla Regione? Al demanio statale? Altrimenti a chi?