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Livorno mangiapreti vuole
la statua della Madonna

Nella città più rossa d’Italia passa l’idea del vescovo Simone Giusti

sostenuta dalla corporazione dei piloti: una statua della Madonna all’ingresso del porto. Il placet viene dal sondaggio on-line organizzato dal Tirreno, al quale hanno partecipato quasi seimila persone: i sì sono stati il 67% del totale, vale a dire il doppio dei no
LIVORNO. La statua della Madonna la metteranno all'ingresso del porto di Livorno, la città che non solo il Cavaliere descriverebbe come la più "rossa" e mangiapreti d'Italia. E a chiederlo non è tanto il vescovo Giusti quanto la corporazione dei piloti che ogni giorno salgono a bordo delle navi per farle raggiungere le banchine o andarsene via. Ben 7508 ogni anno: 449 in meno rispetto a due anni prima, secondo l'Avvisatore. Ma la sorpresa vera è un'altra: al sondaggio web del Tirreno hanno partecipato in quasi seimila: e i sì alla statua (3.953) sono il 67%, il doppio dei no (1.882).

«L'avevo notato con stupore anch'io ma la meraviglia non è durata granché: fra i livornesi la devozione alla Madonna di Montenero non è mai rimasta all'interno del perimetro delle parrocchie». Parola di padre Fabrizio Civili, frate cappuccino alla Ss. Trinità e parente della dinastia del ponce.

«Me lo ricordo ancora - aggiunge - cosa mi dissero a un funerale: il defunto non è mai andato in chiesa però era tanto devoto alla Madonna di Montenero. L'ho ripetuto spesso ai miei fedeli: la Madonna non è solo un ombrello anti-guai, prendiamola ad esempio per come ha risposto a Dio. Anche noi preti».Perché una Madonna lì? Lo spiega Fiorenzo Milani, capo dei piloti del porto: «Dipende dal tipo di lavoro che fa chi va per mare: quando il libeccio agita le onde o la solitudine a bordo ti stringe la gola, è logico sentire il bisogno di mettere la propria vita nelle mani di qualcuno. Noi cristiani questa sensibilità la decliniamo guardando alla Madonna, in altri porti la raffigureranno con altre immagini religiose: ma le trovate su tutte le navi, dalla love boat ultrachic all'ultimo peschereccio».

L'hanno descritta come la Statua della libertà a New York o il Cristo Redentore che dall'alto del Corcovado domina la baia di Rio de Janeiro: in realtà, con una altezza fra gli 8 e i 10 metri, sarà la metà della metà del monumento brasiliano e un decimo di quello Usa («la luce verde alla Vegliaia è alta il doppio e il faro il quadruplo»). Costerà 70mila euro: la pagheranno, insieme ai piloti, gli imprenditori livornesi del settore, compresi probabilmente i portuali.

«Sgombriamo il campo da un equivoco: quella del porto è una Madonna diciamo così "qualsiasi", non c'entra con una devozione a forte radice identitaria come la Madonna di Montenero». Pardo Fornaciari non fa mistero del proprio ateismo inox ma al tempo stesso, dopo aver approfondito la qabbala ebraica, da studioso di filologia medievale si è specializzato in agiografia e patristica.

L'ha perfino messo nero su bianco in una delle sue canzoni: "La Madonna di Montenero veglia sopra i naviganti / che le portino o no un cero / dice n'ha salvati tanti". «Ma - precisa - questa devozione mariana la vedo come un sentimento di religiosità popolare, non con i comandamenti e le gerarchie ecclesiastiche. E' la cristianizzazione di Ercole Labrone al quale era dedicato il "faro" all'Ardenza. La Madonna di Montenero, con la leggenda del pastorello che trova l'icona all'Apparizione e la porta in cima al colle, segue quello schema di "traslazione verso l'alto" che è un modello-tipo in casi come questo. Il culto della Madonna di Montenero è radicato anche in chi non crede. E in questi tempi di disorientamento e di bussole ideali in tilt, è ovvio che si torni al sacro pur di aver qualcosa al quale affidarsi».

Fornaciari rincara la dose: «Mi sorprende il vescovo: ha agito più da architetto che da teologo. Dovrebbe saper bene che i meccanismi di "costruzione della devozione" non funzionano semplicemente piazzando lì una Madonna di non si sa bene cosa».
In realtà, un nome ce l'ha: è la "Madonna dei popoli". La realizzerà lo scultore Paolo Grigò «nel segno dell'identikit multietnico che sta nel dna di Livorno fin dalle origini di porto granducale». Nel basamento le figure di tante donne dei tanti porti del Mediterraneo, a cavallo fra il Nord e il Sud del mondo...

Torna la domanda: perché quest'infinità di voti nel sondaggio? Il tam tam di Facebook o Twitter fa da amplificatore («se i miei amici hanno visto i messaggi di organizzazioni atee che invitano a votare no, ci sarà pure un "don" o una "suor" che hanno sulla loro pagina il link a chi fa propaganda per il sì»).

C'è però qualcosa che va al di là di quest'allargamento internet dei confini. Forse ha a che fare con il fatto che è finita in frantumi l'idea di confidare nei grandi mediatori collettivi (come partiti o sindacati) per costruire il proprio futuro. Forse non è solo una coincidenza che, in tempi di terremoti sociali come questi, la possibilità di salvarsi sia affidata alla "schedina": Livorno figura fra le prime 25 province dove si gioca di più nel Superenalotto (21,6 milioni di euro nel 2010), con un boom fra videopoker (224 milioni di euro) e scommesse ippiche (settimi in Italia).

Un quesito su pedonalizzare una strada o una decisione del sindaco desta interesse solo in ambito locale e in chi segue il dibattito cittadino. «La Madonna no: si torna - dice Fornaciari - alla battaglia delle idee. Molti si sentono coinvolti: anche perché esasperati dalla clericalizzazione crescente della nostra vita pubblica».

Ma l'aria da duello fra Peppone e don Camillo a Livorno è finita da un pezzo: al funerale di mons. Ablondi sono stati i portuali in tuta da lavoro ad accompagnare per un tratto la salma e la Pubblica Assistenza divide con
la Misericordia il servizio ai grandi eventi religiosi. Non è passato mezzo secolo ma mezzo millennio da quando Vasco Iacoponi, stimato leader comunista in porto e al fianco del comandante-mito Ilio Barontini, si giocò la carriera per il sì alla moglie che voleva far fare la comunione alla figlia.

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