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Sono passati trenta anni, ora devo dirti una cosa

Carissimo, ormai sono trent’anni che non ti vedo. Più o meno. Ti ho scritto ogni giorno una lettera, lunga, tenera, appassionata. A volte ero più arrabbiata perché non mi rispondevi. Dovevo dirti una cosa ancora, ma solo a voce. Poi non ho più guardato nella cassetta della posta. Ho fatto l’abitudine al vuoto di sensi che mi hai lasciato. Eri andato via con una valigia che straripava di cose, dei nostri momenti, di foto, di magliette comprate ai mercatini, di sassi strani che io raccoglievo per te, di fantasie sognate insieme. Ma il viaggio sarebbe finito e saresti tornato da me. Devo dirti quella cosa a voce e ti aspetto anche adesso, sulla panchina di questo istituto dove mi hanno chiuso perché pensano che sia pazza, ma no, sono loro i pazzi. Dicono che ho gli occhi sbarrati perché sono malata. Io ho gli occhi sbarrati perché cerco disperatamente il tuo sguardo. E poi devo dirti quella cosa a voce. Devo dirtela! Pensano che sia impazzita d’amore, ma non esiste la follia per l’amore, esiste solo un dolore spietato. Su questa panchina leggo e rileggo le poesie di Neruda, alla fine dei versi chiudo il libro, metto una foglia secca per non perdere il segno. Stringo il libro fra le mani che a volte tremano, forse per le medicine che mi danno, guardo verso il cancello. Ti aspetto. A volte ho dei pensieri strani: sono fantasie o ricordi? Oddio, sono confusa, ma è tutto così nitido a volte:
io dietro la tua bara che sfioro appena, io che ti ho visto inghiottire dalla terra mossa. Sì, è un ricordo, adesso sono lucida, sei andato via molto tempo fa... ti riconobbi irriconoscibile da quella piccola esse tatuata sul polso. No, non è fantasia. E non potrò mai dirti quella cosa a voce.

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