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Il vescovo che sposò Livorno

Così aveva imparato e insegnato ad amare la sua città d'adozione

LIVORNO. «A questa mia Livorno mi sento sposato all'orientale». Lo ripeteva spesso, senza che lo capissero bene. «Gli occidentali sposano la donna che amano, in Oriente si ama la donna che si sposa: e la Chiesa mi ha dato in sposa Livorno». Doveva mettercela tutta per spiegare agli interlocutori, quasi delusi, che non lo viveva per niente come un amore appiccicaticcio fatto un po' di destino e un po' di bostik: era solo volato là dove l'aveva portato quel Dio nelle cui mani aveva messo la vita.

E' l'estate del '66, fra il primo cuore artificiale a Houston e l'ultimo concerto dei Beatles a Candlestick Park: si è appena concluso il Concilio Vaticano II che, nato per scrivere il nuovo Abc dei divieti, invece spedisce la Chiesa cattolica ad aver a cuore le persone. Paolo VI spedisce anche lui, parroco di 42 anni con tre lauree (archeologia, filosofia e giurisprudenza), in zona di frontiera: al fianco di monsignor Emilio Guano, faro del rinnovamento ecclesiale, in una Livorno che però la curia vaticana non fa troppo mistero di considerare una landa desolata di mangiapreti. Difficile, soprattutto per un prete abituato a stare fra intellettuali e universitari.

GIÙ DAL TRENO CON LA MANO PROTESA La "valigia" con cui Ablondi scende giù dal treno la prima volta? La fotografa un "clic" di Luciano Ciriello: il giovane presule protende la mano per stringerla a una persona fuori quadro, non ha niente della pomposità da ecclesiastico ma solo un sorriso amichevole. E' quel sorriso il primo ambasciatore di una Chiesa che non deve star rannicchiata ma «mostrare il volto amabile del Signore», diceva lui. "Amabile", beninteso, non significa né ricerca di audience né piglio da seduttore ma la voglia di mettersi in gioco con l'idea che stiamo tutti sulla stessa barca: vedi alla voce Concilio Vaticano II.

LE RADICI AL CIMITERO Le radici nella "sua" Livorno, Alberto Ablondi non le ha messe né in duomo né in curia: bensì al cimitero della Misericordia. Paradossale dirlo qui e ora, ma è così: l'ha fatto il giorno di quell'autunno di dodici anni fa, trasferendo lì da Sanremo «tutti i defunti della mia famiglia». Il babbo, la mamma, i genitori del padre Ettore cuoco e la nonna materna.
Non l'ha fatto per tutti gli anni in cui era stato al timone della diocesi: l'ha fatto poco prima di presentare le dimissioni. Con la scelta forte di non aspettare burocraticamente i 75 anni, la soglia di età prevista dal diritto canonico per far partire l'invito a rimettere il mandato episcopale nelle mani del Papa: e se non manca chi fra i vescovi se ne infischia, al contrario Ablondi ha giocato perfino d'anticipo sulla scadenza. Al cimitero della Misericordia è tornato l'ultima volta per salutare un altro grande vecchio che ha fatto la storia della città e se n'è andato pochi mesi fa: Italo Piccini. Accanto ai familiari dell'ex console, di fronte alla tomba che si chiude, dice accennando al loculo che ha prenotato poco più in là per sé: «Italo, aspettami: presto ti verrò a trovare».

IL VESCOVO E IL CONSOLE Guai a crederlo il colpo di teatro di un momento. Si riassume in quell'istante una storia lunga una vita: a cominciare da quella visita in porto in cui l'allora giovane ecclesiastico mandato da Roma mette piede per la prima volta nel regno dell'(allora) giovane leone dei portuali comunistissimi. Per capire che aria tirava: a mettere al tappeto l'astro di un dirigente-mito come Jacoponi è bastato aver fatto far la comunione alla figlia. Ablondi si affaccia e Piccini padre ai suoi, scherzando: «Occhio, arriva lo sceriffo». Contro-battuta perfida da prete: «Si è sbagliato, io sono solo il vice. Qui lo sceriffo è lui».
Quanto basta per darsi una bussola che varrà di lì in poi. Forse per un vescovo star qui a beccarsi il salmastro fra il Romito e la Fortezza sarà come stare su un ring ma, anziché metter in mostra la faccia truce e minacciare castighi, Ablondi sceglie un'altra strada: un po' di ironia e una indole visionaria da profeta che indica orizzonti invece che praticare l'esercizio del potere per governare persone, istituzioni, situazioni.

PRIMA DI TUTTO IL DIALOGO E' l'anti-ruggine che spazza via tante incrostazioni che inchiodano la capacità di dialogare. Ad esempio, nel rapporto con i "fratelli maggiori" ebrei: il mix fra Ablondi, una significativa comunità israelitica e un rabbino-simbolo come Elio Toaff ha fatto di Livorno l'apripista di quel riavvicinamento che avrà poi come frutto maturo la storica visita di papa Wojtyla alla sinagoga di Roma. Ma l'ecumenismo è a 360 gradi: è il primo rappresentante dell'episcopato a essere ufficialmente invitato alla Tavola valdese (dopo secoli).

Ad esempio, nel contatto con gli operai delle fabbriche: prima ancora di arrivare da Montenero in duomo, nel '97 l'icona sacra trecentesca della Madonna fa tappa alla mensa del Cantiere, roccaforte delle "tute blu" più rosse. Se quella sera lo stabilimento è quasi una cattedrale, non è per folklore o per un capriccio clericale: sindacalisti e delegati lo sanno bene che dal telefono di Ablondi, a quel tempo numero due della Conferenza episcopale, è partita la telefonata che ha contribuito a schiodare l'intoppo in grado di far saltare la nascita della cooperativa. Ad esempio, nel colloquio con ragazzi e ragazze (che curiosamente lo faceva stare meglio perfino dal punto di vista clinico nei momenti in cui il morbo di Parkinson lo metteva in ginocchio): vale la pena di ricordare l'estate del '97, Ablondi è al meeting internazionale dei giovani che abbraccia Parigi con un girotondo, il monsignore lo racconta come "inviato molto speciale" del Tirreno (e poi torna all'albergo con l'autostop come un ragazzino).

CON GLI OCCHI SUL MAPPAMONDO Sarebbe però sciocco imprigionare entro i confini della diocesi la figura di un esponente dell'ala più aperturista dell'episcopato arrivato alla guida delle diocesi sulla scia del rinnovamento conciliare: negli anni novanta arriva a diventare il numero due dei vescovi italiani come vicepresidente della Conferenza episcopale (passando poi le consegne all'arcivescovo pisano Alessandro Plotti). Ma la capacità di dialogo ne fa uno strumento utile per la diplomazia non ufficiale del Vaticano, che scava sotto traccia. Nell'ex Jugoslavia in fiamme: cercando sponda
nel patriarca Pavle per togliere la legittimazione religiosa al regime di Milosevic. In Palestina: agganciando la nomenklatura dell'Olp e poi Yasser Arafat. Nel Asia del Sud-Est: distribuendo Bibbie anche costo di esser costretto a sfuggire un agguato in sella a una moto guidata da una suora.

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