Con Gagarin porta in orbita il "5 e 5"

La regina della torta: «Mi costa tanta fatica ma non mi stanco mai di mangiarla»

    di Maria Antonietta Schiavina  LIVORNO. La tortaia di Gagarin vive dietro il bancone dal mattino alla sera. «Da quando mio marito, dopo aver lavorato come garzone-pasticcere, nell'Antica torteria al mercato di Amerigo Brizzi e sua moglie Isolina, decise di rilevare il locale, sto più qui che a casa. E pensare che di avere a che fare con il commercio non mi andava proprio, tanto che quando Salvatore mi spiegò che una volta sposata avrei dovuto lavorare in negozio gli dissi "non se ne fa di nulla" e lo lasciai. Sapevo cosa mi aspettava e preferivo rinunciare al fidanzato. Lui però tornò alla carica, promettendomi di tenere la bottega solo due-tre anni, "per la soddisfazione di dire è mia". Gli credetti: dopo 36 anni sono ancora qui».  Fiorella Andrei, 58 anni l'11 luglio, detta anche la "Gagarina" - nei giorni del '61 in cui la navetta russa con a bordo Jurij Gagarin compì la missione spaziale una signora, entrando in negozio, disse che assomigliava all'astronauta russo e da quel momento Salvatore Chiappa fu per tutti "Gagarin" - parla a raffica spiegando il rapporto di amore-odio con la torta.  «Mi costa tanta fatica anche se non mi stanco mai di mangiarla» dice e ricorda con nostalgia quando da bambina la mamma le dava venti lire di mancia per aver asciugato i piatti e lei andava a prendere il francesino con la torta. «Mi piaceva talmente che per il compleanno la chiedevo come dolce, anche se era estate e non la mangiava nessuno, perché a quei tempi la farina la conservavano male e con il caldo faceva i bachi».  Fiorella spiega che dopo tanti anni di bottega si sente un po' stanca. E che a luglio andrà in Sardegna con la sorella: «Abbiamo preso una casina in affitto per quindici giorni e finalmente potrò riposarmi».  A Livorno la tortaia di Gargarin è davvero un personaggio. Più famosa di una diva, perché chi vuole mangiare il "5 e 5" come si deve, sa che può farlo solo nel suo negozio dove oltre a lei lavorano il marito e i due figli Giuliano e Roberto. «Salvatore e io stiamo insieme 24 ore su ventiquattro da una vita», confessa. «L'ho incontrato che avevo 14 anni e a diciotto l'ho sposato. In casa mia eravamo in sette, i genitori, la nonna materna, due fratelli, una sorella e io. Mio padre faceva il carpentiere e la mamma, una brava donna tanto paziente, lavorava alla tintoria Rossi in corso Mazzini. Ero una ragazzina a modo, ma non avevo voglia di studiare: con una mia amica, Anna Balleri, si faceva spesso brucia a scuola e i conti li ho imparati dietro il banco. Così a nove anni mamma che non voleva vedermi per la strada, mi mandò da una parrucchiera perché mi insegnasse il mestiere. E ci rimasi fino a quando nel bar vicino a casa, dove lavorava mio fratello, mi presero come barista.  Fu a quel punto che Fiorella conobbe l'uomo che sarebbe diventato suo marito. «S'era ragazzi, mi fermò per strada, ma a me non piaceva: mi garbava un altro che però si voleva divertire soltanto e quando capì che ero una ragazza seria lasciò perdere. Poi un giorno, Salvatore entrò in negozio per lavarsi le mani. Prese un Campari e non me lo sono più levato di torno. Se era un ragazzo serio? Sì. Diciamo di sì. Siamo stati fidanzati quattro anni con il pieno consenso dei miei genitori, perché allora ogni figlia che se ne andava era una bocca in meno da sfamare».  Fiorella si preparò da sola il corredo «piano piano, lavorando, ne ho fatto pochino e mi ha aiutato un po' anche mamma, regalandomi a ogni compleanno un oggettino, s'usava così a quei tempi...». Si sposò in chiesa, in famiglia le fecero un piccolo rinfresco mentre la suocera preparò il pranzo. «E in viaggio di nozze s'andò a La Spezia, tre giorni, che era come andare in America: per me fu bellissimo!».  Poi è arrivata la prima casa, in Corea «nel rione vicino a Shangai, oltre l'Aurelia». Si trovò camera e cucina, c'era un tavolino, il letto, l'armadio e poco più. «Con il tempo ci siamo sistemati. E siamo ancora insieme, casa e bottega».  Mai una lite, mai un contrasto? «Eccome se si è litigato! Si battibeccò anche all'altare, mentre il prete ci stava sposando: ero arrivata tardi e Salvatore mi disse "se ritardavi un altro pochino non ti sposavo più"... E anche adesso si discute, ogni giorno, ma io quando ci sono i clienti butto tutto sullo scherzo, tanto che la gente non capisce mai se si gioca o si fa sul serio».  Fiorella che è una livornese verace («urliamo tanto ma siamo bonaccioni») ha sempre la battuta pronta in ogni momento. «Se un cliente mi dice "questa torta è fredda!" Io rispondo: "Veramente a me suda!". E quello ride. Dietro il banco sono così, mentre fuori divento timida". Cosa faccio quando non lavoro? Vado al mare. Sono andata per anni ai Tre Ponti, nella spiaggia libera, ma da un po' di tempo ho una cabina ai bagni Pancaldi, col motorino arrivo in 5 minuti: mi porto dietro il mio librino di Harmony, perché mi piacciono le storie romantiche, me ne sto sulla sdraio qualche ora a leggere in santa pace o faccio il bagno con qualche amica».  «A volte - aggiunge - porto anche da mangiare e poi verso le quattro rientro per aprire il negozio, tranne la domenica che posso fare con più calma. Per il resto me ne sto sempre chiusa fra queste quattro mura, non vedo altro e se mi chiedono un'informazione su una via di Livorno non so rispondere: conosco solo Shangai, Corea e la zona del mercato. Una vita la mia di rinunce e di lavoro, ma non mi lamento. L'unico lusso che mi concedo è una collezione di bambole. Mi piacciono tanto, forse perché da piccola mi sono mancate e non ho potuto godere neppure i figli: sono stati più che altro con la mia mamma (hanno 35 e 31 anni, ma li chiamo sempre "i bimbi") o perché desidero tanto un nipotino che per ora non arriva...».  Aspettando di diventare nonna, Fiorella si dedica anima e corpo alla sua torta che non passa mai di moda. «Oggi c'è meno passaggio - spiega - e i tempi sono cambiati. Quando ero piccola mangiare la torta significava fare festa, adesso invece le mamme comprano ai figli le merendine con l'Estathè».  E anche il mercato non è più lo stesso: «Prima c'era solo la gente del posto, ci conoscevamo tutti, ci aiutavamo, mentre adesso ci sono i cinesi e i marocchini e i livornesi si contano sulle dita». Però lei non si lamenta, il lavoro va bene. «Da noi vengono perché siamo conosciuti e arrivano anche i turisti. La mattina ci sono i clienti fissi, quelli delle banche, degli uffici. C'è una signora che tutti i giorni viene a far colazione con il "5 e 5" e la spuma: è un'affezionata, se non la vedo mi preoccupo. Se ci sono clienti maleducati? No, perché li ho addomesticati tutti. Anche i pisani: chiedono sempre la cecina e io rispondo "qua c'è la torta, cecina non ce n'è". Mi fanno: "ma non è uguale?". "No non è uguale. La cecina non è tanto buona, la torta sì". Ma glielo dico sorridendo così non se la prendono».  E poi la torta come si fa qui non si trova da nessuna parte. Il segreto: «Il forno deve essere bello caldo, con la fiamma che passa sopra, la farina ma la base di tutto è l'esperienza. Se potessi tornare indietro? Mi risposerei ancora con mio marito, ma in bottega non so se ci starei. Non perché non mi piaccia, ma mi è costato troppo sacrificio».  

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    28 giugno 2010

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