di Antonio Valentini
PISA. Ingoi una pillola, grande poco più di un
comune antibiotico, e questa inizia a percorrerti le viscere.
Esplora lo stomaco al pari di un piccolo sommergibile, risale le
pareti dell’intestino come una formica. Ne ingerisci delle altre e
queste si ricongiungono tra l’esofago e il piloro, si conformano
alle superfici e agli incavi quasi fossero un grande insetto.
Fantascienza? No, ultimi risultati della ricerca bioingegneristica,
che la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa espone in questi giorni
nell’ambito della mostra intitolata “Sci-Fi surgery: medical robots”
, ospitata al Royal Surgeons di Londra.
GUARDA Le
pillole-robot
Le nuove frontiere della diagnostica e della chirurgia sono state
disegnate da un gruppo di trenta ricercatori coordinati dalla
professoressa Arianna Menciassi, del Lab-Crim di Pontedera diretto
dal professor Paolo Dario. I loro prototipi rispondono a un
principio logico di disarmante semplicità. Le pillole vengono
ingerite con un bicchier d’acqua. Ma siccome, in realtà, sono robot
miniaturizzati, una volta all’interno del nostro corpo possono
essere comandate dall’esterno: quando hanno esaurito il loro
compito, vengono espulse al pari di qualsiasi altro alimento.
I progetti sono quattro. Quelli denominati “Vector” e “Optimus”
comprendono le due pillole-robot diagnostiche, dotate di
fotocamere. Una ha la forma di un insetto, con tanto di zampette,
capaci di muoversi nelle viscere tubolari e risalire lungo le
pareti, ad esempio dell’intestino; l’altra ha la forma di un
sommergibile, con quattro piccole eliche che danno propulsione, in
grado di muoversi in presenza dei liquidi, vale a dire nello
stomaco. Gli altri due, riguardanti la chirurgia endoluminale, sono
l’uno evoluzione dell’altro. Una volta che il progetto “Araknes”,
originariamente denominato “Ares”, sarà tradotto in pratica, l’i
nterventistica subirà una seconda rivoluzione copernicana, dopo l’i
ntroduzione delle tecniche endoscopiche: «Le capsule-robot, dopo la
deglutizione potranno essere ricomponibili all’interno, ad esempio,
dello stomaco - spiega la professoressa Menciassi - Il chirurgo
resterà seduto davanti a una consolle, dove eseguirà una sorta di
teleoperazione senza alcun trauma per il paziente». Le pillole
robot, agganciabili l’una all’altra anche attraverso sistemi
magnetici, non sono tutte uguali: alcune avranno una telecamera,
altre un laser. Le dimensioni di ciascuna sono di poco superiori a
una capsula di antibiotico: gli studi potranno affinarsi per
ridurne ulteriormente il volume, in modo da facilitarne l’uso.
Questione di poco, prevedono i ricercatori. Poi i produttori
potranno dare l’assalto ai mercati.
Già oggi, comunque, vengono prodotte pillole diagnostiche. Che
tuttavia hanno un limite: sono ingerite e proseguono autonomamente
il cammino nel nostro tubo digerente, senza che nessuno sia in
grado di teleguidarle dall’esterno. Il medico non può soffermarsi
sul particolare, valutare l’entità di una lesione, il significato
di un’escrescenza. Proprio su questo punto si è incentrato il
lavoro dei ricercatori del Sant’Anna: controllare le pillole-robot,
determinare il loro movimento e coordinarne l’azione.
I progetti sono stati eseguiti sotto l’egida dell’Unione Europea e
la loro attuazione è più vicina di quanto si possa immaginare: le
capsule endoscopiche hanno già attratto l’attenzione di un’a
ssociazione tedesca tra piccole aziende, la Novineon Gm Bh; l’a
ttività sul robot ricomponibile è coordinata da St Micro
Electronics, una tra le maggiori imprese mondiali nel settore della
componentistica. La ricerca in campo biorobotico non si ferma qui.
Prima o poi il bisturi finirà in un museo. Tra pochi anni nulla
sarà come ora. Anche se gli scenari di “Viaggio allucinante”, dove
un’équipè di scienziati su un sommergibile viene miniaturizzata e
iniettata in un corpo umano, resteranno confinati nella trama di un
film. Di fantascienza.
12 settembre 2009