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Orban e l’ammaliante canto delle sirene sovraniste

Il voto dell’Europarlamento, che avvia contro l’Ungheria la procedura prevista dall’articolo 7 per violazione dello stato di diritto, sembra poter avere conseguenze rilevanti sul piano europeo e nazionale. Se l’approvazione del rapporto Sargentini avrà certo effetti meno stringenti sul piano giuridico – per passare definitivamente la procedura esige il consenso unanime dei capi di stato e di governo e, in quella sede, l’Ungheria potrà contare sul veto della Polonia, altro membro del gruppo di Visegrad oggetto, non casualmente, dello stesso tipo di misura –, il pronunciamento di Strasburgo, illumina meglio lo scuro scenario delle prossime elezioni europee.

Sembra ora più problematico, a meno di un cataclisma elettorale, che, dopo il 26 maggio il Partito popolare europeo possa governare con l’internazionale populista e sovranista di Salvini, Kaciznsky, Le Pen, Wilders, Strache e Achesson. Il Ppe, infatti, si è spaccato ma la maggioranza del gruppo ha votato contro Orban, leader di quel Fidesz che pure ne fa parte. È prevalsa, tra i popolari, la convinzione che nessuna convenienza tattica possa indurre una formazione dalla storica connotazione europeista a chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti fondamentali, nell’intento di assicurare in futuro la continuità di governo insieme a nemici conclamati dell’Unione. Accusare Orban di minare la separazione dei poteri, mettere a rischio l’indipendenza dei media, della magistratura, dell’università, significa, infatti, renderlo una sorta di paria europeo, farne un “intoccabile” da evitare per manifesto pericolo di “contaminazione”.

I partiti sovranisti, Lega salviniana in testa, che hanno ovviamente votato contro la procedura, contavano sul fatto che, dopo le elezioni, Orban fungesse da cavallo di Troia nel Ppe, facendosi artefice di un accordo tra loro e i popolari destinato a mettere ai margini, a livello di Commissione europea, le forze di ispirazione socialista e liberale. Ma il Ppe, non ha ascoltato l’ammaliante canto di quelle sirene, alle quali non si era rivelato insensibile nemmeno il tedesco Weber, candidato a succedere a Juncker. Nella circostanza, ha pesato ancora la forza della Merkel. Contro Orban ha votato anche il M5S, rendendo palese la rotta di collisione verso cui, nonostante il cemento del potere, sono inevitabilmente avviati i firmatari del “contratto”. Del resto, Lega e M5S, alle Europee si presenteranno in competizione. Un problema non insormontabile in una tornata proporzionale ma sono i sondaggi, unitamente ai vincoli di bilancio, a accelerare le fibrillazioni che potrebbero far implodere la maggioranza.

Se Salvini vedesse lievitare ulteriormente il consenso, l’alleanza competitiva legastellata non reggerebbe. I populismi nostrani

possono avere solo convergenze tattiche: troppo diversi interessi sociali e territoriali di riferimento. Il voto grillino a Strasburgo è un deciso avviso al navigante nelle vesti di Capitano.

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