Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

«Quella volta che sul bagnato a Misano i big non corsero ma noi...»

Era il 1989, i piloti ufficiali dopo quattro giri rientrano e non ripartono, gli altri sì Romolo Balbi giunse settimo: «Con quel piazzamento un bel po’ di soldi ma non fu pericoloso»

Il conto alla rovescia verso il Gp di San Marino e della Riviera di Rimini è già ampiamente iniziato ma non si sono ancora spente le polemiche per quanto successo a Silverstone, con i piloti compatti nel dire “no” ai rischi. A Misano Adriatico, nel 1989, in una situazione simile, non andò così. La gara è passata alla storia perché i big, da Kevin Schwantz a Wayne Rainey, passando per Eddie Lawson e Freddie Spencer, si rifiutarono di tornare in pista dopo una prima sospensione arrivata dopo q ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

Il conto alla rovescia verso il Gp di San Marino e della Riviera di Rimini è già ampiamente iniziato ma non si sono ancora spente le polemiche per quanto successo a Silverstone, con i piloti compatti nel dire “no” ai rischi. A Misano Adriatico, nel 1989, in una situazione simile, non andò così. La gara è passata alla storia perché i big, da Kevin Schwantz a Wayne Rainey, passando per Eddie Lawson e Freddie Spencer, si rifiutarono di tornare in pista dopo una prima sospensione arrivata dopo quattro giri a causa di un nubifragio: ritenevano che l’asfalto non riuscisse a drenare la pioggia. Un manipolo di coraggiosi, capeggiato da Pierfrancesco Chili, che poi avrebbe vinto il Gran premio (per l’occasione denominato “Delle Nazioni”), si presentò sulla griglia di partenza: tra questi Romolo Balbi, da Fusignano (Ravenna), lo stesso paese dell’ex ct della Nazionale di calcio Arrigo Sacchi. Si piazzò settimo.

Ci racconta come andò?

«Avevamo tutti voglia di correre, solo i grandi campioni erano titubanti. Avevano in parte ragione e in un certo senso la loro protesta era giusta, perché pose l’accento sul problema della sicurezza. Avrebbero però fatto meglio a riunirsi con tutti noi, per fare capire anche ai più “piccoli” che li avrebbero tutelati, anziché metterli in difficoltà. E poi, diciamola tutta…».

Diciamola.

«Quel giorno la pista non era così pericolosa. E infatti non è un caso che nessun pilota sia caduto. E poi chi corre sa che deve adeguare la velocità alle condizioni meteo e alla tenuta dell’asfalto. Avevamo partecipato a gare in condizioni molto peggiori, mi ricordo per esempio la grandine che si abbatté su tutti noi a Salisburgo, in Austria».

Lei correva come “privato”.

«Sì, e si trattava di una gara importante per metterci in mostra, ma anche per cercare di guadagnare qualche soldo, dato che in base all’ordine d’arrivo l’entità dei premi variava. Sono arrivato settimo, ma sono convinto che sarei anche potuto piazzarmi secondo o terzo. I miei meccanici, però, mi avevano fatto una raccomandazione: “Stai soprattutto attento a non cadere, che quei soldi possono tornare molto utili”. E io ho rischiato soltanto nel giro di ricognizione, perché non avevo mai testato la pista con il bagnato. Sul curvone c’era troppa acqua e io sono passato dove probabilmente avrei dovuto evitare, ma è andata bene».

Si ricorda quanti soldi si mise in tasca?

Quattro milioni o quattro e mezzo di lire (fra 1.936,27 e 2.324,06 euro, ndr). Non ricordo bene esattamente, ma era una bella cifra per quei tempi in cui avevo tanto bisogno di denaro e gli sponsor erano pochi (ride, ndr)».

Tempi molto diversi da quelli di oggi.

«I rapporti di amicizia tra i piloti esistevano, ora credo che nell’ambiente ci siano soprattutto tra i meccanici, anche di diverse scuderie. Loro sì che vengono a conoscenza in anticipo dei “colpi” di mercato. Magari noi rimaniamo sorpresi quando qualche pilota cambia squadra all’improvviso, ma quelli che sistemano le moto già lo sapevano di sicuro».

E di Silverstone 2018, cosa ci dice?

«Inizialmente mi è scappato da ridere, poi ho spento il televisore per il nervoso. Per me lo sapevano fin dal mattino che non si sarebbe corso. Dopo tanti anni mi sono reso conto che a livello di professionalità gli organizzatori devono fare ancora dei grandi passi avanti».

Ci spieghi meglio.

«Le case costruttrici spendono milioni di euro, i piloti rischiano la vita e prima della gara si indice una riunione alla quale non vengono invitati Andrea Dovizioso e il team manager della Ducati, Davide Tardozzi. Non scherziamo. La soluzione di non correre nemmeno lunedì è stata ideale per Marc Marquez, perché su quella pista le Rosse fanno la differenza, tanto sull’asciutto quanto sul bagnato e lo spagnolo, molto probabilmente, avrebbe visto diminuire il vantaggio. Non penso tra l’altro che i piloti avessero paura».

Nessuno di loro?

«Non credo proprio. Se hai timore di correre quando piove allora è meglio che smetti. La penso così, anche se non siamo tutti uguali. Però torniamo al 2005, sempre a Silverstone, dove le moto spruzzavano acqua da tutte le parti: non era certo peggio di dieci giorni fa. Adesso c’è anche l’elettronica, dovevano almeno partire per eventualmente poi alzare la mano. Non ci hanno proprio provato».

Motivo?

«Ci sono anche interessi troppo alti. Quando gareggiavo io, a parte i super-big, alla Doohan, i piloti non guadagnavano molto. Una volta mi ruppi due vertebre e il mitico dottor Costa, visitandomi, mi fece capire che con quello che mi mettevo in tasca non era il caso di rompermene una terza».

Lei come ha cominciato?

«Quasi per scherzo, correvo per il gusto di correre. Ho rinunciato a cercare di vincere campionati italiani solo perché c’erano gare che mi piacevano di più e che si svolgevano in contemporanea. Non ho corso per i soldi, né per diventare un campione. L’ho fatto solo per me».

Ma come è che in Romagna ci sono così tanti piloti bravi?

«C’è grande passione, a Imola mi portavano già a sette anni ad assistere alle gare. A Lugo, dove vivo, ci sono stati grande piloti come Mario Lega e li ho sempre ammirati. Il mio sogno era correre con una Ducati e ci sono riuscito a fine carriera. Ma ho corso anche con una Suzuki 500, una roba da pazzi: non avevo neanche i soldi per cambiare il manubrio quando cadevo».

La Ducati è nel suo cuore, non solo perché ha una concessionaria.

«Lorenzo sapevo che avrebbe vinto prima o poi, perché è un campione, anche se non è una persona facile da gestire. E non è detto che non conquisti il Mondiale già quest’anno. Mai dire mai, può succedere che le moto si rompano (ride, ndr). Dovizioso? Sarebbe bellissimo, perché è romagnolo e perché per la Ducati vincere con un italiano sarebbe il top». —

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI