Quotidiani locali

Propaganda e immigrazione: questioni di governo

È diventato complicato, se non impossibile, sottrarre il dibattito sull’immigrazione alle opposte impostazioni ideologiche, alla propaganda politica, all’impeto dei buoni e dei cattivi sentimenti. C’è una dimensione umanitaria: ineludibile – a mio avviso prioritaria – quando si parla ad esempio del soccorso delle persone in mare. C’è il problema del rispetto dello stato di diritto: delle leggi nazionali e sovranazionali. Ci sono i rischi connessi al tentativo di cavalcare, in modo spregiudicato, la paura dello straniero, che in alcuni settori della popolazione si mescola al razzismo. Negare, tuttavia, che esista una questione-immigrazione – diciamolo pure: un problema-immigrazione – è altrettanto pericoloso.

La “realtà” ci dice che la presenza straniera è ancora inferiore a quella di altri paesi. Che, nonostante la crisi, alcuni settori della nostra economia “hanno bisogno” di manodopera straniera. Che il numero di reati è complessivamente stabile, in alcuni casi addirittura in calo: un punto non marginale, considerato che la principale paura generata dall’immigrazione riguarda proprio il possibile impatto sul fronte della criminalità. Sappiamo, allo stesso tempo, che esiste una evidente associazione, nell’andamento temporale, tra xenofobia, campagne elettorali e copertura mediatica del capitolo immigrazione-e-sicurezza: in altre parole, la politica e il sistema dell’informazione hanno le loro “colpe”, nel configurare un clima di paura.

La “realtà” ci dice tutto questo. Ma, se quattro persone su dieci, oggi, vivono con apprensione il tema dell’immigrazione, è difficile pensare che tale inquietudine sia completamente infondata, totalmente “indotta” dall’offerta politica e mediatica. Che essa non sia riconducibile, almeno in parte, alla (cattiva) gestione dell’immigrazione. Al fatto che l’Italia, dopo avere aperto le proprie porte, si è dimostrata incapace di accogliere e integrare i nuovi arrivati. E che questo ha creato aree di marginalità, disordine sociale e purtroppo, in molti casi, illegalità. Fenomeni visibili, nelle nostre città: essi innescano le reazioni delle fasce più deboli; e creano disagio anche in chi, sul piano ideale, è dalla parte della società aperta. Anche così si spiegano i flussi elettorali verso la Lega in settori sociali e aree geografiche un tempo ostili.

Salvini ha scelto una strada ben chiara: il no way di stampo australiano. Un approccio che nemmeno prende in considerazione il problema dell’integrazione, avendo come (implicito) obiettivo, magari irrealistico, l’immigrazione-zero, del quale è tuttavia difficile negare una certa

efficacia nel disincentivare le partenze. Chi vi si oppone dispone di un piano alternativo per regolare il fenomeno, che non coincida con l’incontrollata apertura delle frontiere? Soprattutto, è in grado di comunicarlo in modo altrettanto efficace?

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