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La difficile convivenza nelle stanze del “nuovo” potere


A giudicare dai programmi, o meglio dalla loro versione Twitter o Facebook, non c’è un solo argomento di fondo sul quale Di Maio e Salvini la pensino allo stesso modo. E dal momento che il premier fatica a mediare tra i due dioscuri – anzi, dicendo che finito questo giro tornerà al suo studio di avvocato, il povero Conte fa capire che s’è già stufato – il governo è incerto, contraddittorio, confuso. Impantanato. E qualcuno dice che durerà poco. È proprio così?

Dunque, disaccordo su tutto. To ...

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A giudicare dai programmi, o meglio dalla loro versione Twitter o Facebook, non c’è un solo argomento di fondo sul quale Di Maio e Salvini la pensino allo stesso modo. E dal momento che il premier fatica a mediare tra i due dioscuri – anzi, dicendo che finito questo giro tornerà al suo studio di avvocato, il povero Conte fa capire che s’è già stufato – il governo è incerto, contraddittorio, confuso. Impantanato. E qualcuno dice che durerà poco. È proprio così?

Dunque, disaccordo su tutto. Toninelli, ministro del ramo, e Di Maio, vicepremier, ripetono per esempio che le Autostrade devono tornare allo Stato; l’altro vicepremier Salvini e il sottosegretario Giorgetti, manco per niente: un sacco di loro sponsor sono azionisti delle autostrade del nord già fatte o in progettazione. E però se dopo tutto questo scalmazzo (copyright Andrea Camilleri), seguìto alla tragedia di Genova, i 5S non riuscissero a strappare la concessione dalle mani dei Benetton, ciò suonerebbe per loro come una cocente sconfitta.

I due soci di governo non la pensano all’unisono nemmeno sulle pensioni d’oro, battaglia grillina fin dal tempo dei vaffa, ma poco leghista: gli uni vogliono tagliare, i secondi tassare (contributo di solidarietà). Per non dire dell’immigrazione: d’accordo sulla questione di fondo – fermiamoli – ma non sul come, visto che Salvini guarda al filo spinato di Orban e Grillo spera ancora in una redistribuzione.

Continuiamo? In profondo dissenso sul capitolo opere pubbliche i due consoli hanno in mente opposte ricette di politica economica: Di Maio vuole il reddito di solidarietà, destinato quasi tutto al Sud; Salvini chiede la flat tax, grande regalo alle partite Iva e ai piccoli imprenditori del nord, nerbo leghista. In questo caos programmatico deve vivere il povero Giovanni Tria, ministro dell’Economia, che si affanna a spiegare all’Europa che la moneta unica resterà, i vincoli saranno rispettati, la manovra sarà equilibrata, e lo spread tenuto sotto controllo, mentre i suoi due capi ripetono che sta arrivando la tempesta finanziaria. E non capisci se ne hanno paura o se la augurano.

E allora, durano o rompono? Mah, in politica si sconsigliano le previsioni, piuttosto si suggeriscono argomenti. Il primo è il Contratto che in qualche modo li obbliga a convivere e ad appoggiare l’uno i commi dell’altro. Il secondo è che a maggio si vota per l’Europa e all’appuntamento entrambi devono arrivare arringando le folle su migranti, casta, pensionati d’oro e rentier autostradali, e avendo portato a casa qualche risultato. Poi lì avverrà la sfida decisiva, o l’uno o l’altro. Fino a quel punto, dunque, le cose andranno avanti così, tra liti, rappacificazioni ed emendamenti. Sempre che non arrivi la tempesta annunciata. Solo allora capiremo se i due sognano lo show-down finale o stanno solo alzando la posta per ottenere di più dalle urne o da Bruxelles. Sperando che non sia troppo tardi.

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