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Il disegno sovranista tra autolesionismo e consenso


Cosa vuole ottenere, Matteo Salvini, abbracciando il primo ministro ungherese Viktor Orbán? E che benefici potranno ricavarne i nostri interessi nazionali? La risposta al primo quesito ci indirizza verso la dimensione dei simboli, che in politica giocano sempre un ruolo chiave. Orbán incarna la linea dell’inflessibilità nei confronti delle migrazioni. È l’uomo che, quando dalla rotta balcanica si riversarono verso l’Europa centinaia di migliaia di profughi, sigillò le frontiere del suo Paese, erigendo un muro invalicabile. Orbán, in altre parole, è colui che ha dimostrato di poter porre un argine al fenomeno che più di altri inquieta le opinioni pubbliche europee e ne veicola il consenso verso le forze anti-sistema.

Un alleato naturale, perciò, del vicepremier italiano, la cui formidabile macchina del consenso si alimenta con le parole d’ordine anti-migranti e con azioni drastiche. Il banco di prova di questa alleanza saranno le elezioni europee del prossimo maggio. Una competizione in cui Salvini nutre l’ambizione di cannibalizzare i tradizionali schieramenti politici, gettando sul piatto il jolly dell’internazionale sovranista. È stato lo stesso leader del Carroccio ad annunciarlo dal prato di Pontida. Il suo progetto si sostanzierà nella formazione, al Parlamento di Strasburgo, di una compagine che riunisca tutti i partiti che osteggiano l’immigrazione e sognano di adottare la politica australiana del “no way”. Che questa scommessa paghi nelle urne è naturalmente tutto da dimostrarsi.

Nel frattempo, non tardano a manifestarsi le reazioni del fronte opposto. Il primo a mobilitarsi è stato il presidente francese Macron. Il quale, a poche ore dal vertice Salvini-Orbán, esternava parole di fuoco nei confronti del duetto italo-ungherese. «Non cederò niente ai nazionalisti e a quelli che predicano odio», ha tuonato il capo dell’Eliseo. Lo scontro frontale tra due fondatori dell’Unione Europea quali Italia e Francia non pare foriera di buone notizie per il nostro Paese. Finché rimarremo nell’Ue, tutte le nostre istanze infatti – dalla richiesta di revisione delle politiche migratorie a quella di maggiore flessibilità nei conti pubblici – saranno sottoposte alle forche caudine del consenso comunitario. Inimicarsi uno Stato chiave come la Francia pare, più che un azzardo, un atto di autolesionismo. A meno che le mosse del ministro degli Interni non rappresentino il preludio ad un’Italexit, che tanto entusiasmo suscita nella base del suo partito e di quello dei suoi partner di governo.

L’uscita dell’Italia dall’Ue, o se non altro una sua riduzione ai minimi termini, rappresenta, a ben vedere, il coronamento del disegno sovranista. Se così fosse,

sarebbe opportuno che Salvini lo dicesse esplicitamente. In caso contrario, le manovre del vicepremier appaiono, oltre che di puro stampo propagandistico, controproducenti e dannose per gli interessi nazionali che si vorrebbero tutelare.

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