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Paolo Beltramo: «Silverstone? Un disastro ma le colpe non sono solo di chi ha asfaltato male. Rabat ha rischiato grosso»

Il commentatore tv non risparmia critiche alla “macchina” dei Gran premi: «Inascoltato l’allarme di Hamilton» 

«Quella raccontata domenica a Silverstone è stata una brutta barzelletta, raccontata male». Paolo Beltramo, giornalista grande esperto di motociclismo, colonna portante prima a Mediaset e poi a Sky Sport, è rimasto più che meravigliato per quanto andato in scena sul tracciato che avrebbe dovuto ospitare il Gp di Gran Bretagna del Motomondiale.

Di chi è la colpa maggiore?

«Di chi ha asfaltato la pista in maniera inadeguata, ma non è facile assolvere chi ha deciso di concedere l’omologazione sen ...

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«Quella raccontata domenica a Silverstone è stata una brutta barzelletta, raccontata male». Paolo Beltramo, giornalista grande esperto di motociclismo, colonna portante prima a Mediaset e poi a Sky Sport, è rimasto più che meravigliato per quanto andato in scena sul tracciato che avrebbe dovuto ospitare il Gp di Gran Bretagna del Motomondiale.

Di chi è la colpa maggiore?

«Di chi ha asfaltato la pista in maniera inadeguata, ma non è facile assolvere chi ha deciso di concedere l’omologazione senza provarla a sufficienza, magari anche con condizioni metereologiche avverse e tutto ciò che ne consegue».

Eppure il grido d’allarme era stato lanciato e non da uno qualunque.



«A inizio luglio si è corso il Gp di Gran Bretagna di Formula 1 e Lewis Hamilton, un campione che non ha paura di quello che dice, aveva avvisato tutti. Spiegò che il tracciato era il più brutto su cui avesse mai corso, compresi quelli che gli toccavano quando era un giovanissimo pilota di kart. Parole che andavano prese in considerazione. In quei giorni se fosse piovuto sarebbe successo un disastro: il tempo resse ed evidentemente nessuno ci penso più».

Cosa ci insegna la vicenda di domenica?

«Che i circuiti vanno strutturati in maniera seria, sennò si corre il rischio di farsi male. Potrei prendere in considerazione l’idea di vedere problemi su circuiti nuovi, in nazioni senza tradizione. Ma di certo non in Inghilterra, dove riguardo le corse hanno un’esperienza ultra centenaria. E dove da sempre convivono con la pioggia. Gli organizzatori, consapevoli delle conseguenze del flop al quale stavano andando incontro, hanno cercato di salvare il salvabile, ma tirare fino alle 17 ha avuto davvero poco senso: anche se avesse smesso di piovere sarebbe stato pericolosissimo».

Secondo lei si tornerà a correre a Silvertsone?

«Non ne sono convinto, quanto successo potrebbe creare problemi devastanti. Ci saranno i biglietti da rimborsare, penali da pagare agli sponsor e, soprattutto, servirà molto denaro per procedere a una riasfaltatura assolutamente necessaria. E pensare, che nel 2015, quando vinse Valentino Rossi, pioveva. E l’asfalto era accettabile».

Sabato Tito Rabat ha rischiato veramente grosso.

«È stato un incidente molto brutto ed è andata bene che si sia solo rotto la gamba (lo spagnolo si è procurato la frattura di femore, tibia e perone, oltre alla lussazione del ginocchio, ndr): fosse stato colpito sul torace saremmo qui a piangerlo».

L’episodio ha compattato il gruppo nel dire “no” alla partecipazione al Gp?

«Uno (Jack Miller, ndr), o forse due, nonostante tutto volevano correre lo stesso. Una volta, con questo tipo di condizione della pista, i piloti di team privati partivano mentre gli altri non si muovevano. Successe per esempio nel 1989, quando Piefrancesco Chili vinse il Gp delle Nazioni a Misano. Ora è diverso, tutti sono più o meno sullo stesso piano ed è quindi molto difficile che ci sia qualche voce fuori dal coro quando si parla di sicurezza».

C’è stata polemica anche per una riunione alla quale non tutti i piloti sono stati invitati. Andrea Dovizioso, per esempio, si è lamentato.

«E ha avuto ragione, tra l’altro si dimenticano proprio di lui che ha vinto lo scorso anno? Ma il problema è più ampio, è necessario che il responsabile della sicurezza, Loris Capirossi, abbia i mezzi per convocare tutti i piloti e che poi lo faccia. Poi ci sarà chi va e chi non va, ma l’invito andava esteso a tutti, compresi i piloti delle Moto2 e delle Moto3, la cui integrità è importante tanto quanto quella di chi è tra i protagonisti della MotoGp. Non si trattava della classica riunione di routine del venerdì pomeriggio nelle quale si decide se aggiungere un po’ di ghiaia in un determinato punto della pista».

Marc Marquez, sarà perché è spagnolo, però c’era.

«Il pilota della Honda è un valore per un Motomondiale, poi ha una certa personalità e sa come imporsi. Che fosse un predestinato lo si è capito subito, ma si sarebbe dovuto cominciare molto prima a contenerlo».

In Argentina, quest’anno, era già tardi.

«Dopo quello che ha combinato alla partenza della gara bisognava esporre la bandiera nera e farlo rientrare ai box. Invece è rimasto in pista e ha pure buttato fuori Valentino Rossi. Si può dire che in un certo senso sia stato male educato e adesso è decisamente tardi per cercare di cambiare i suoi comportamenti: ci sono troppi interessi in gioco, sponsor importanti».

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